Quel giorno in cui gettarono 96 milioni di palline nere nell’acqua: l’incredibile esperimento anti-siccità di Los Angeles

Vederle dall’alto fa quasi impressione. Milioni di sfere nere che galleggiano compatte sulla superficie di un enorme bacino idrico, tanto da far sembrare l’acqua scomparsa.
Eppure, quel giorno del 2015, quando a Los Angeles vennero riversate 96 milioni di palline di plastica nel serbatoio di Van Norman, non si trattava di un gesto folle né di un’installazione artistica: era uno dei più grandi esperimenti di ingegneria ambientale mai realizzati per contrastare la siccità.
In quegli anni la California stava attraversando una delle peggiori crisi idriche della sua storia. Le precipitazioni erano crollate, le temperature continuavano a salire e il principale bacino di acqua potabile della città perdeva ogni anno circa 300 milioni di galloni d’acqua (più di 1miliardo di litri, pari a circa 450 piscine olimpioniche) per evaporazione. Una quantità enorme, sufficiente a rifornire migliaia di persone.
La soluzione scelta dalle autorità fu tanto semplice quanto sorprendente: coprire la superficie dell’acqua con milioni di “shade balls”, sfere nere galleggianti progettate per bloccare la luce solare.
Cosa sono le shade balls
Ogni pallina misura circa 10 centimetri di diametro ed è realizzata in polietilene ad alta densità, una plastica resistente ai raggi UV. All’interno contiene una piccola quantità d’acqua che ne aumenta il peso e impedisce al vento di trascinarla via. Il colore nero non è casuale. Le sfere sono addizionate con carbon black, una sostanza che assorbe i raggi ultravioletti e ne rallenta il degrado. La loro funzione principale è creare una copertura mobile sulla superficie del bacino, limitando il contatto diretto tra acqua e sole.
Secondo le stime del Dipartimento dell’Acqua e dell’Energia di Los Angeles, questa soluzione è stata in grado di ridurre l’evaporazione fino all’85-90%, consentendo di risparmiare ogni anno centinaia di milioni di galloni d’acqua.
Le shade balls non servivano soltanto a conservare l’acqua, nei bacini della California era emerso anche un altro problema: la formazione di bromato, una sostanza classificata come potenzialmente cancerogena. Il composto si genera quando il cloro utilizzato per disinfettare l’acqua reagisce con il bromuro naturalmente presente nelle risorse idriche, un processo accelerato proprio dall’esposizione ai raggi ultravioletti.
Riducendo la quantità di luce che raggiunge la superficie, le palline contribuiscono quindi anche a limitare queste reazioni chimiche indesiderate e a contenere la proliferazione di alghe e microrganismi.
Una soluzione economica
L’intervento costò circa 34,5 milioni di dollari. Una cifra di certo importante, ma molto inferiore ai circa 300 milioni che sarebbero stati necessari per installare una copertura galleggiante tradizionale sull’intero bacino. Le dimensioni del serbatoio rendevano infatti impraticabili molte delle soluzioni ipotizzate. Con i suoi oltre 700 mila metri quadrati di superficie, il Van Norman Reservoir rappresentava una sfida ingegneristica enorme.
Le shade balls apparvero quindi come il compromesso migliore tra costi, efficacia e rapidità di installazione. Non tutti, però, hanno accolto con entusiasmo questa scelta.
La produzione di 96 milioni di sfere ha richiesto grandi quantità di plastica, energia e acqua. Alcuni studi hanno evidenziato che la loro fabbricazione avrebbe consumato oltre 700 milioni di galloni d’acqua, più del doppio rispetto al risparmio annuo garantito dalla riduzione dell’evaporazione.
I sostenitori del progetto sottolineano però che, avendo una durata stimata di circa dieci anni, le palline finiscono per compensare il loro impatto iniziale dopo pochi anni di utilizzo.
Resta comunque aperta la questione delle microplastiche: sebbene le sfere siano state progettate per resistere alle condizioni ambientali più estreme, l’esposizione prolungata a sole, vento e acqua può favorire nel tempo il deterioramento dei materiali e il rilascio di particelle plastiche sempre più piccole. Per questo motivo il progetto continua a essere monitorato e rappresenta ancora oggi un caso di studio nel dibattito internazionale sulle soluzioni di adattamento climatico.
A distanza di oltre dieci anni, l’immagine delle 96 milioni di palline nere resta una delle più iconiche della lotta alla crisi idrica.
L’esperimento di Los Angeles mostra come l’adattamento ai cambiamenti climatici richieda spesso soluzioni creative e non convenzionali. Ma ricorda anche che ogni intervento tecnologico porta con sé nuove domande: quanto è sostenibile? Quali conseguenze può avere nel lungo periodo? E soprattutto, può davvero sostituire una gestione più responsabile delle risorse naturali?
Con siccità sempre più frequenti e temperature in costante aumento, la protezione delle riserve idriche sarà una delle grandi sfide del XXI secolo. Le shade balls rappresentano una possibile risposta. Non perfetta, non priva di criticità, ma capace di aprire una riflessione importante su come convivere con un clima che cambia.
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