Allarme ipertensione: i numeri triplicati dal 1980. Cosa stiamo sbagliando nel nostro stile di vita?

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Il bracciale che stringe il braccio, il piccolo silenzio prima del numero, lo sguardo automatico verso la massima e la minima. La pressione si misura così, in pochi secondi, spesso in farmacia, dal medico, a casa, con quell’aria da controllo qualunque. Eppure dentro quei numeri passa una parte enorme della salute degli italiani.

Secondo i dati ISTAT, la quota di persone con ipertensione è passata dal 6,4% del 1980 al 10,2% del 1995, fino al 18,9% stimato per il 2025. In pratica quasi tre volte tanto. Un salto che racconta insieme una conquista e una crepa: viviamo più a lungo, ci controlliamo di più, intercettiamo prima molte condizioni, però il corpo presenta anche il conto di anni passati seduti, di peso in eccesso, di sale nascosto nel cibo quotidiano, di movimento rimandato al lunedì successivo.

Viviamo di più, ci ammaliamo più a lungo

La fotografia dell’ISTAT parte da una buona notizia, di quelle enormi: tra il 1990 e il 2024 la speranza di vita alla nascita è cresciuta di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 anni per le donne, arrivando rispettivamente a 81,5 e 85,6 anni. Aumentare gli anni di vita, però, significa anche incontrare più spesso le patologie cronico-degenerative tipiche dell’età avanzata. La multimorbilità, cioè la presenza simultanea di due o più malattie croniche nella stessa persona, riguarda nel 2025 circa 13 milioni di persone, contro i 10,3 milioni del 1993; tra loro, il 39% ha più di 75 anni.

Dentro questa Italia più longeva, l’ipertensione trova spazio con facilità. Una parte dell’aumento dipende dall’età media più alta della popolazione. Un’altra parte arriva dai progressi della diagnosi, dai controlli più precoci, dalle soglie cliniche aggiornate nel tempo. Il dato più scomodo, però, resta l’altro: l’ISTAT lega la crescita anche all’adozione di stili di vita poco salutari, capaci di peggiorare fattori di rischio come l’eccesso di peso tra le persone ancora lontane dalla vecchiaia. Tradotto nella vita di tutti i giorni: la pressione alta smette di essere solo una faccenda “da anziani” e comincia a parlare anche di scrivanie, turni lunghi, auto presa per ogni spostamento, cene pronte, snack salati, sonno corto, stress masticato male.

Il divano pesa quanto il sale

L’Organizzazione mondiale della sanità definisce l’ipertensione come una pressione nei vasi troppo alta, generalmente pari o superiore a 140/90 mmHg, e ricorda un dettaglio fondamentale: molte persone con pressione alta stanno bene, almeno in apparenza. Il modo più semplice per scoprirla resta misurarla. Tra i fattori che aumentano il rischio ci sono età, predisposizione familiare, sovrappeso o obesità, inattività fisica, dieta ricca di sale e consumo eccessivo di alcol. Nel 2024, a livello globale, circa 1,4 miliardi di adulti tra 30 e 79 anni convivevano con l’ipertensione, pari a un adulto su tre in quella fascia d’età.

L’Istituto Superiore di Sanità mette il sale tra i gesti quotidiani più concreti su cui intervenire: ridurre il consumo quotidiano di circa 5 grammi può abbassare la pressione di circa 5 mmHg. La stessa pagina del Progetto Cuore indica come utili un’alimentazione con più frutta e verdura, attività fisica regolare, controllo del peso, stop al fumo e gestione dello stress. Bastano 30 minuti di cammino a passo svelto al giorno per aiutare la pressione a restare su livelli più favorevoli. Sembra poco solo sulla carta. Nella giornata reale, spesso, è proprio quel poco a saltare per primo.

Il peso corporeo resta uno dei nodi più visibili. In Italia l’obesità negli adulti è passata dal 5,9% del 1990 all’11,6% del 2025, con valori più alti tra gli uomini negli ultimi vent’anni, tra le persone con minore istruzione e nel Mezzogiorno. L’ISTAT sottolinea anche un paradosso italiano: negli adulti i livelli restano tra i più contenuti dell’Unione europea, mentre tra bambini e ragazzi sovrappeso e obesità sono molto più elevati rispetto ad altri Paesi UE. Il problema, quindi, ha già prenotato il futuro.

La buona notizia riguarda il fumo, quella scomoda il resto

Qualcosa, in questi decenni, è migliorato davvero. Nel 1980 fumava oltre la metà degli uomini dai 14 anni in su, il 54,3%; nel 2025 la quota è scesa al 22,9%. Tra le donne il calo è stato più lieve, dal 16,7% al 15,9%. Anche le patologie legate all’abitudine al fumo, come la bronchite cronica, hanno registrato un miglioramento netto: nel 1980 riguardavano oltre 4 milioni di persone, nel 2025 circa 2 milioni. Segno che le abitudini collettive cambiano, quando campagne, divieti, consapevolezza e pressione culturale spingono nella stessa direzione.

Con l’ipertensione, però, il nemico ha meno odore. Una sigaretta si vede, una camminata saltata sparisce. Il sale nei prodotti confezionati si nasconde bene. Il peso aumenta piano, senza fare rumore. La sedentarietà si traveste da lavoro, stanchezza, mancanza di tempo, città fatte male. E lo stress resta socialmente accettato finché il corpo trova il modo più secco per farsi ascoltare. La pressione alta vive benissimo in questa zona grigia: una cosa seria con l’aspetto di una seccatura.

La sorveglianza PASSI dell’ISS ricorda che l’ipertensione è uno dei principali fattori di rischio per ictus, infarto, scompenso cardiaco e insufficienza renale, ed è associata a fattori modificabili come contenuto di sale nella dieta, obesità e inattività fisica. Gli stessi indicatori segnalano anche un limite importante: molte rilevazioni si basano su diagnosi riferite dalle persone, quindi una quota di ipertensione resta sommersa, perché qualcuno ha la pressione alta e ancora lo ignora. La pressione, alla fine, ha questo talento antipatico: trasforma le abitudini in numeri. E i numeri, prima o poi, smettono di essere discreti.

Fonte: Istat

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Autore articolo: Ilaria Rosella Pagliaro