Trova un rullino di 40 anni fa fra le rocce e lancia un appello online, poi la svolta commovente: “sono foto di mio marito defunto”

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Una fessura nella roccia ha custodito per quattro decenni un piccolo tesoro di diapositive, restituito infine al presente grazie alla combinazione tra tecnologia, passaparola digitale e memoria storica. La vicenda si è consumata tra le pareti della Gola di Frasassi, nelle Marche, dove un minuscolo cilindro di plastica ha sfidato per quarant’anni il gelo invernale e l’afa estiva prima di essere scoperto per caso. Quello che sembrava un frammento di spazzatura meteorologica è diventato il fulcro di un’indagine collettiva sul web che, nel giro di appena quarantotto ore, ha ridato un nome ai volti impressi sulla pellicola impressionata nel lontano 1986.

Il ritrovamento casuale sulla Torre di Jesi

L’inizio di questa incredibile catena di eventi risale al momento in cui il geologo e arrampicatore Lorenzo Rossetti stava ispezionando un anfratto roccioso sulla Torre di Jesi. Notando l’oggetto incastrato tra i sassi, lo ha recuperato mostrandolo all’amico regista Paolo Bacchi. Quest’ultimo, colpito da un profondo senso di déjà-vu per aver girato un documentario proprio su quella stessa parete dodici anni prima, ha deciso di non abbandonare quel reperto. Il regista si è rivolto a uno dei pochissimi laboratori fotografici rimasti attivi in Italia in grado di trattare e rigenerare le vecchie diapositive danneggiate dal tempo e dagli agenti atmosferici.

Il restauro con l’intelligenza artificiale e il boom digitale

Dopo due settimane di delicatissimi processi chimici di sviluppo, dal fondo scuro della pellicola sono emersi i contorni di alcune figure umane. Per rendere identificabili i tratti somatici parzialmente compromessi, Paolo Bacchi ha utilizzato moderni software di intelligenza artificiale per il restauro dei volti, ripulendo le immagini che ritraevano manovre di arrampicata, momenti conviviali tra atleti e persino una complessa esercitazione di elisoccorso del Soccorso Alpino con un elicottero. Ottenuti i file digitali, il regista ha confezionato un video-appello su Instagram e sulle piattaforme social. Il filmato ha generato una reazione a catena immediata, polverizzando la quota di 3,5 milioni di visualizzazioni e rimbalzando tra le comunità di scalatori di tutta la penisola.

La svolta e il messaggio della moglie

La svolta risolutiva è arrivata quando il contenuto multimediale è apparso sullo schermo di Renata Nardinocchi, residente ad Ascoli Piceno. La donna ha sussultato davanti alle immagini, riconoscendo immediatamente l’attrezzatura e le sembianze del marito, Tiziano Cantalamessa, celebre guida alpina e figura di spicco dell’alpinismo dell’Italia centrale, scomparso prematuramente nel 1999.

Emozionata, ha deciso di scrivere direttamente all’autore del video inviando un messaggio per chiarire la paternità del rullino e identificare gli altri compagni di cordata visibili nelle diapositive, tra cui spiccavano i nomi di Franchino Franceschi e Franco Farina. Il testo del suo messaggio recitava:

Ciao Paolo, sono la moglie di Tiziano Cantalamessa e penso proprio che il rullino sia il suo, perché sono presenti delle persone con cui scalava.

Nella stessa comunicazione, la donna ha voluto esprimere la propria gratitudine per il salto temporale che le ha permesso di rivedere il coniuge a distanza di ventisette anni dalla morte, aggiungendo la frase:

Grazie per questo revival nello spazio temporale. Una carezza sul cuore.

L’eredità del Bonatti del Centro-Sud

Le risultanze dell’indagine web hanno confermato che gli scatti risalivano con esattezza all’estate del 1986. Tiziano Cantalamessa, oltre ad aver ricoperto la carica di presidente del Soccorso Alpino, era unanimemente soprannominato nell’ambiente il Bonatti del Centro-Sud per via delle sue storiche aperture di vie nuove e per il rigore tecnico dimostrato in quota. Il figlio dell’alpinista ha potuto così visionare per la prima volta immagini inedite della giovinezza del padre.

Quello che era nato come un tentativo isolato di dare un nome a dei vecchi negativi si è trasformato in un esempio concreto del potenziale aggregativo dei social network, capaci di ricucire i fili della memoria familiare e di restituire alla comunità degli scalatori un capitolo fondamentale della propria storia.

Autore articolo: Rebecca Manzi