Prezzo identico, meno prodotto: dal 15 luglio scattano le nuove regole anti-shrinkflation, cosa cambierà?

Il 15 luglio scade il termine entro cui l’Unione europea può ancora bocciare il nuovo impianto italiano contro la shrinkflation, la pratica – di cui vi parliamo ormai da anni – attraverso la quale i produttori riducono la quantità di un prodotto lasciando il prezzo invariato, o quasi. Se da Bruxelles non dovessero arrivare obiezioni, il decreto andrebbe inteso come approvato. Una storia meno lineare di quanto sembri.
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Un mercato da 120 miliardi
Il Codacons, come riportato dall’ANSA, stima che il fenomeno colpisca un mercato di beni di largo consumo che vale in Italia circa 120 miliardi di euro l’anno, con rincari occulti medi tra il 10 e il 18%, punte fino al 40% per alcune categorie.
Cereali, yogurt, biscotti, detersivi, carta igienica: la lista è lunga quanto uno scaffale. Ipotizzando un effetto minimo dello 0,1% annuo sull’intero paniere, il conto per le famiglie italiane negli ultimi quindici anni supererebbe, secondo l’associazione, 1,8 miliardi di euro — una cifra che nessuno può verificare con precisione assoluta, perché l’Istat non isola il fenomeno nel monitoraggio ordinario dell’inflazione.
Il primo tentativo e il passo falso con Bruxelles
La legge 193/2024, il provvedimaneto annuale per il mercato e la concorrenza 2023, aveva introdotto all’articolo 23 un nuovo articolo 15-bis nel Codice del consumo: obbligo di segnalare in etichetta, per sei mesi, la dicitura “Questa confezione contiene un prodotto inferiore di X rispetto alla precedente quantità”. Il ministro Adolfo Urso l’aveva definita un vanto italiano nel comunicato ufficiale del Mimit del 18 dicembre 2024. Il testo era stato notificato a Bruxelles tramite procedura TRIS ed il Parlamento ha approvato la legge il 12 dicembre 2024 senza attendere la scadenza del periodo di differimento (prorogato all’8 aprile 2025 dopo un parere circostanziato di Commissione e Spagna) e senza notificare le modifiche nel frattempo introdotte. Ne è seguita una procedura d’infrazione, annunciata nel pacchetto di marzo 2025 della Commissione, per quello che può essere considerato un errore di metodo, prima ancora che di merito.
Il decreto riscritto: sparisce l’etichetta
Il cambiamento, in sostanza, vede sparire l’obbligo dell’etichetta diretta (proprio ciò che aveva creato attrito con la direttiva 2015/1535) sostituito da una comunicazione standardizzata che produttori e distributori dovranno trasmettere ai rivenditori, fisici e online, con la variazione di quantità e l’aumento percentuale del prezzo per unità di misura. Sarà poi il punto vendita a informare il cliente, con cartelli, schede prodotto o canali digitali: la norma non impone lo strumento. Anche la finestra temporale si dimezza, da sei a tre mesi dall’immissione in commercio del prodotto ridotto.
Nessuna novità per la skimpflation
Per il Codacons, spostare l’informazione dall’imballaggio alla filiera significa che il cliente dovrà cercare il dato invece di trovarlo stampato davanti a sé. E se la riduzione di quantità dovesse accompagnarsi ad una formulazione che ne migliori la resa, il decreto escluderebbe perfino l’obbligo informativo, una clausola dai margini piuttosto larghi.
Resta fuori, poi, la skimpflation, fattispecie in cui non cambia il peso in etichetta, cambia ciò che sta dentro (burro sostituito da olio di palma, uova fresche rimpiazzate da polvere d’uovo, carne ridotta a favore di addensanti) a discapito della qualità. Una valvola di sfogo, avverte l’associazione, per le aziende una volta stretta la morsa sul riporzionamento.
