Ho cercato ricette fit su Google e l’algoritmo ha deciso che il mio corpo era un problema (il brutto è che mi ha quasi convinta)

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Cercavo qualche ricetta fit per perdere con calma i chili messi su durante le vacanze. Cinque, più o meno. Nessuna emergenza: quella che chiamavo serenamente “pancetta alcolica” da eccesso di aperitivi, da affrontare con un po’ di costanza, acqua e limone al posto del gin tonic, muesli al posto dei biscotti, spezie al posto delle salse. Volevo mangiare meglio senza trasformare la cena in tre foglie d’insalata.

L’algoritmo ha recepito una richiesta diversa. Sono comparsi integratori, trasformazioni miracolose, donne con addominali ottenuti in pochi minuti e allenamenti “militari” da sette minuti al giorno. Molte pubblicità sembravano generate con l’intelligenza artificiale: corpi levigati, voci sintetiche, labbra che arrivavano mezzo secondo dopo le parole. Una prometteva di rendermi abbastanza attraente così “tuo marito avrà occhi solo per te”. Avevo cercato una cena. Mi è stato consegnato un matrimonio da salvare.

Capire il trucco non rende impermeabili

Per lavoro scrivo anche di fitness, alimentazione, benessere e comunicazione ingannevole. Riconosco una pubblicità prodotta con l’IA a un chilometro di distanza e conosco la differenza tra un percorso ragionevole e una promessa costruita per vendere. Eppure, dopo giorni di addominali, pillole e donne raddrizzate in sette minuti, ho cominciato a guardare il mio corpo con un disagio che prima non avevo.

Quella che era una pancetta da smaltire senza drammi stava assumendo le dimensioni di un problema generale. Cinque chili sembravano improvvisamente cinquanta. Io continuavo a mangiare come avevo deciso, ad allenarmi e a non comprare nulla. Intanto lo specchio era diventato più severo.

Nessuna singola pubblicità, da sola, mi ha fatto sentire enormemente sovrappeso. È stata la ripetizione a spostare lentamente il metro: una mattina ho osservato la pancia con maggiore durezza, un’altra ho pensato che perdere cinque chili fosse un obiettivo quasi ridicolo. Il corpo mostrato dagli annunci diventava il riferimento, anche quando quel corpo probabilmente non esisteva nella forma proposta.

Sapevo cosa stava succedendo e mi ha raggiunta lo stesso. La domanda è diventata inevitabile: cosa può fare una raffica simile a una ragazza molto giovane, a una donna che attraversa un momento fragile o a chi ha già un rapporto difficile con cibo, peso e immagine di sé?

La moglie “colpevole” ha cambiato grafica

Mi è tornata in mente una pubblicità degli anni Settanta:

Una moglie grassa è colpevole.

Lui ti vuole ancora bene, ma ci sono tante donne snelle in giro.

Il comportamento dell’uomo veniva trattato come un fenomeno atmosferico. Lei ingrassa, lui guarda altrove. Lei dimagrisce, il matrimonio riparte. Desiderio, fedeltà e tenuta della coppia finivano sul corpo femminile. Oggi un’inserzione difficilmente potrebbe usare le stesse parole senza attirarsi una rivolta. Il messaggio ha imparato a presentarsi meglio.

Parla di benessere, disciplina, metabolismo, fiducia in sé stesse e “versione migliore”. Poi aggiunge che bastano sette minuti al giorno perché il marito abbia occhi soltanto per te. L’insulto è diventato motivazionale. Ha un conto alla rovescia, un programma personalizzato e quasi sempre uno sconto che scade a mezzanotte.

La pubblicità degli anni Settanta aspettava dentro un giornale e diceva la stessa cosa a tutte. Quella contemporanea entra in un flusso modellato sulle attività della singola persona. Arriva dopo una ricetta salvata, un video guardato o un contenuto sul fitness. La colpa di massa è diventata una comunicazione privata.

Per il feed basta una categoria

Non posso ricostruire quale gesto abbia acceso ogni singolo annuncio. Meta spiega che alcune attività compiute sui suoi prodotti possono contribuire alla scelta delle pubblicità mostrate. In alcuni casi possono entrare anche le azioni svolte sui siti degli inserzionisti.

Il sistema non sa che voglio perdere cinque chili con calma. Non conosce il mio rapporto con il corpo né il motivo per cui cerco una salsa allo yogurt che non sappia di cartongesso. Gli basta classificarmi: donna interessata a ricette leggere e fitness, possibile preoccupazione per il peso, potenziale cliente.

Questo limite è emerso anche in uno studio pubblicato nel 2022 da Liza Gak, Seyi Olojo e Niloufar Salehi. Le ricercatrici hanno intervistato 21 adulti con esperienze di stigma corporeo, diete problematiche o alimentazione disordinata. Alcuni cercavano contenuti sull’intuitive eating, un approccio volto a ricostruire un rapporto meno rigido con il cibo, e continuavano a ricevere pubblicità dimagranti.

Il campione era piccolo e composto da persone già vulnerabili, quindi i risultati non descrivono chiunque navighi sui social. Le interviste mostrano però quanto possa pesare la persistenza: secondo i partecipanti, quegli annunci riaccendevano ansie legate a cibo ed esercizio e rafforzavano una bassa autostima. Dalle testimonianze emergeva una distinzione molto rozza tra chi voleva dimagrire e chi stava tentando di uscire dalla cultura della dieta. Sempre corpo, sempre cibo, sempre cliente.

La motivazione che peggiora lo sguardo

Anche la fitspiration, confezionata come incoraggiamento, può lasciare un effetto meno allegro. Nel 2015 le psicologhe Marika Tiggemann e Mia Zaccardo hanno coinvolto 130 studentesse universitarie, assegnandole casualmente alla visione di immagini Instagram dedicate al fitness oppure di fotografie di viaggio.

Dopo l’esposizione, le partecipanti del primo gruppo mostravano più insoddisfazione corporea, umore peggiore e minore autostima legata all’aspetto. Il confronto con i corpi osservati contribuiva a spiegare il risultato. Lo studio misurava una reazione immediata in giovani donne e non consente di estendere l’effetto a ogni persona o al lungo periodo. Dice comunque una cosa precisa: un contenuto costruito per motivare può farci uscire dallo schermo con una percezione peggiore del nostro corpo.

È quello che è successo a me. Quelle pubblicità avrebbero dovuto spingermi ad allenarmi. Io ero già costante. Hanno provato a convincermi che stessi facendo troppo poco e partendo da una condizione molto peggiore di quella reale. Una donna soddisfatta del proprio percorso ha meno urgenza di acquistare. Una donna convinta di essere sempre in ritardo può comprare l’integratore successivo, il nuovo programma e un altro mese di abbonamento. La soluzione ha bisogno che il problema rimanga vivo.

Posso voler dimagrire senza diventare un difetto

Voglio ancora perdere quei cinque chili. La decisione rimane mia e continuerò a seguirla con calma, mangiando meglio, allenandomi e lasciando alle vacanze la loro parte di responsabilità. Voler cambiare qualcosa del proprio corpo non dovrebbe trasformare l’intera persona in un bersaglio commerciale. Un obiettivo limitato può restare tale. Non deve diventare una colpa, una diagnosi improvvisata o la prova che il partner stia per rivolgere gli occhi altrove.

La pubblicità degli anni Settanta pronunciava la sentenza ad alta voce. Quella di oggi evita la parola “grassa”, poi mostra abbastanza volte il corpo che dovremmo avere perché siamo noi a completare la frase. Sto nascondendo quelle inserzioni una alla volta. Nel frattempo continuo a cercare ricette con paprika, curry, curcuma e verdure che sappiano di qualcosa. La paprika, almeno, non mi ha ancora chiesto di riconquistare mio marito.

Autore articolo: Ilaria Rosella Pagliaro