Parliamo sempre del futuro dei bambini, ma quanto li ascoltiamo sulla crisi climatica?

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Abbiamo affidato ai bambini una quantità notevole di futuro. Vivranno nelle città che stiamo scaldando, nelle case che stiamo costruendo, con le conseguenze delle decisioni climatiche che prendiamo oggi. Poi arriva il momento di decidere come adattarsi a quel mondo e la loro voce si fa sorprendentemente piccola. Nello Sri Lanka, racconta uno degli esperti intervistati in uno studio pubblicato su PLOS Climate, i bambini potevano partecipare alle attività sul clima quando la pianificazione era già stata completata. Li avevano invitati al tavolo. Solo che il menù era già stato scelto.

Il lavoro prova a capire come cambiare questa dinamica e portare davvero salute, esperienza e voce dei bambini dentro le politiche di adattamento climatico. I ricercatori hanno intervistato 18 persone coinvolte nello sviluppo o nell’attuazione dei Piani nazionali di adattamento in 11 Paesi e cinque continenti. Dalle loro risposte emerge una cosa piuttosto semplice: considerare i bambini destinatari delle politiche ĆØ molto più facile che considerarli interlocutori.

I bambini ci sono, soprattutto quando sono ā€œvulnerabiliā€

Lo stesso gruppo aveva giĆ  analizzato nel 2024 le politiche nazionali di adattamento di 160 Paesi. Nel 28% dei documenti non compariva nessuno dei 19 ambiti di intervento specificamente rilevanti per la salute infantile individuati dai ricercatori; il 31% ne includeva soltanto uno. Appena cinque Paesi ne affrontavano almeno sette. Nessuno prevedeva interventi diretti dedicati alla salute mentale dei bambini.

C’è anche un problema nel modo in cui li raccontiamo. Mettere insieme un bambino di quattro anni e un adolescente dentro la comoda casella dei ā€œvulnerabiliā€ cancella differenze di etĆ , autonomia, esposizione e bisogni. Il nuovo studio parla anche di adultismo istituzionale: la prospettiva adulta finisce per essere considerata automaticamente più legittima, mentre bambini e ragazzi vengono rappresentati da genitori, esperti o organizzazioni che lavorano con loro.

Un bambino probabilmente non saprĆ  progettare un sistema di drenaggio urbano. Sa però quale sottopasso attraversa ogni mattina, quale cortile della scuola diventa invivibile durante un’ondata di calore e quali spazi del quartiere smette di frequentare quando fuori ĆØ troppo caldo. Un urbanista possiede le competenze tecniche; chi usa quello spazio possiede un pezzo di esperienza che merita di entrare nel progetto. Le due cose possono tranquillamente stare allo stesso tavolo.

Dall’ecoansia alla possibilitĆ  di agire

Qui entra anche la psicologia. Nel grande studio internazionale pubblicato su The Lancet Planetary Health, 10.000 persone tra 16 e 25 anni di dieci Paesi sono state interrogate sulle emozioni legate alla crisi climatica e sulla risposta dei governi. Il 59% si dichiarava molto o estremamente preoccupato, l’84% almeno moderatamente preoccupato. Il disagio climatico risultava inoltre associato a valutazioni negative della risposta governativa.

Certo, parliamo di associazioni e di un campione composto da adolescenti più grandi e giovani adulti. Lo studio non dimostra che far partecipare i bambini a una consulta comunale riduca l’ecoansia, ma la sensazione di avere poco potere davanti a un problema enorme fa parte dell’esperienza climatica di molti giovani.

La pedagogia può fare qualcosa in più rispetto a spiegare l’effetto serra, far colorare il bidone della differenziata e ricordare di spegnere la luce. L’OCSE, nel quadro Agency in the Anthropocene elaborato a supporto del framework scientifico PISA 2025, mette al centro la capacitĆ  dei quindicenni di comprendere i problemi ambientali e di agire individualmente e collettivamente con conoscenza, speranza ed efficacia.

Abbiamo passato anni a spiegare ai bambini che devono spegnere la luce quando escono dalla stanza, chiudere il rubinetto mentre si lavano i denti e portare la borraccia. Nel frattempo le grandi decisioni su cittĆ , trasporti, energia, scuole e adattamento climatico continuano a prenderle quasi esclusivamente gli adulti. La sproporzione educativa ĆØ discreta.

Coinvolgerli significa anche evitare l’errore opposto: caricarli della responsabilitĆ  di aggiustare un problema costruito in gran parte prima che nascessero. Dare possibilitĆ  di azione significa offrire conoscenze, strumenti e uno spazio adeguato all’etĆ  per incidere. ƈ parecchio diverso dal consegnare a un bambino una borraccia e, insieme, le chiavi del pianeta.

Ascoltarli ĆØ anche un diritto

Nel 2023 il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha dedicato il General Comment n. 26 proprio ai diritti dei bambini e all’ambiente, con particolare attenzione alla crisi climatica. Il documento chiede che le decisioni ambientali con conseguenze importanti sui minori offrano opportunitĆ  di partecipazione effettiva e significativa e che alle loro opinioni venga dato il giusto peso.

Questa volta l’ONU ha provato ad applicare il principio mentre lo scriveva: il processo ha raccolto 16.331 contributi di bambini provenienti da 121 Paesi, attraverso sondaggi, focus group e consultazioni.

Anche lo studio di PLOS Climate racconta tentativi concreti. In Svezia sono stati sperimentati giochi partecipativi sul clima; in Etiopia alcuni giovani hanno portato poesie sul proprio futuro a una conferenza scientifica. Altri Paesi hanno organizzato tavoli e consultazioni. Il problema arriva un passaggio dopo: gli intervistati raccontano casi in cui bambini e adolescenti vengono invitati quando le priorità sono già state stabilite, oppure ascoltati senza che sia chiaro quanto il loro contributo abbia modificato le decisioni. Una sedia in più non equivale automaticamente a una voce in più.

Il passaggio interessante sta tra consultazione e influenza: spiegare cosa ĆØ stato accolto, cosa ĆØ stato escluso e perchĆ©; tornare dai ragazzi dopo la decisione; usare strumenti diversi secondo l’etĆ . Lo stesso studio suggerisce di coinvolgerli dall’individuazione delle prioritĆ  fino all’attuazione e alla valutazione delle politiche, con meccanismi che mostrino come le loro osservazioni siano state utilizzate.

Parliamo continuamente del pianeta che lasceremo ai bambini. Li trasformiamo nella misura morale del futuro, nei destinatari finali di promesse, piani e campagne sulla sostenibilitĆ . Poi quel futuro prende la forma molto concreta di una scuola da raffrescare, un quartiere da ridisegnare o un piano contro le alluvioni, e torniamo facilmente a parlare tra adulti.

Forse possiamo smettere di chiedere ai bambini soltanto quale pianeta vorrebbero trovare da grandi. Una parte della risposta ĆØ giĆ  nel mondo che stanno vivendo adesso. Bisogna anche avere voglia di ascoltarla.

Autore articolo: Ilaria Rosella Pagliaro