IA e crypto: come cambia la sicurezza dei wallet?

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La sicurezza di un wallet dipende anche da problemi matematici estremamente difficili da risolvere. Che cosa succede se l’intelligenza artificiale aiuta a trovare nuovi modi per affrontarli? È la domanda tornata al centro del dibattito dopo che, il 6 ottobre, OpenAI ha pubblicato centinaia di manoscritti matematici prodotti da un modello interno.

Questi progressi hanno attirato l’attenzione di chi studia la crittografia, l’insieme di tecniche che permette anche di verificare l’autenticità delle operazioni sulle blockchain. I risultati discussi, però, non dimostrano un metodo praticabile per ricavare le chiavi private di Bitcoin. Per comprendere che cosa potrebbe cambiare, bisogna partire da come vengono autorizzate le transazioni e distinguere le nuove possibilità della ricerca dagli attacchi concretamente realizzabili.

Dai progressi matematici alle firme digitali

I lavori pubblicati da OpenAI si trovano a diversi stadi di verifica. Alcune dimostrazioni sono state formalizzate in Lean, un linguaggio che consente di controllarle al computer, mentre altre richiedono ulteriori verifiche. La raccolta offre quindi materiale da esaminare alla comunità scientifica, senza rappresentare una validazione definitiva di ogni risultato.

Per la sicurezza informatica, la domanda è se capacità matematiche più avanzate possano aiutare a scoprire debolezze negli algoritmi crittografici. Nel caso dei wallet, il punto riguarda soprattutto le firme digitali, che consentono alla rete di verificare l’autorizzazione a un’operazione.

La chiave privata è il segreto utilizzato per generare una firma. La chiave pubblica permette agli altri di verificarla, senza conoscere quel segreto. Questa separazione consente di controllare una transazione senza chiedere a chi la invia di rivelare la propria chiave privata.

La visibilità della chiave pubblica fa dunque parte del funzionamento del sistema: vederla non significa poter autorizzare operazioni al posto del titolare. Il termine “chiave esposta”, che ricorre nel dibattito, non indica di per sé una compromissione del wallet.

Che cosa cambierebbe con una “scorciatoia” matematica

La sicurezza di questi sistemi dipende anche dalla difficoltà di ricavare la chiave privata a partire da quella pubblica. Bitcoin utilizza firme basate sulle curve ellittiche: alle firme ECDSA si sono affiancate, con Taproot, le firme Schnorr, che impiegano la stessa curva matematica, chiamata secp256k1.

L’ipotesi discussa è che l’IA possa contribuire a individuare nuovi metodi matematici capaci di ridurre il lavoro necessario per risalire al segreto. Se un metodo del genere diventasse praticabile, un attaccante potrebbe ricavare la chiave privata e produrre firme valide, autorizzando operazioni senza il consenso del titolare.

Questo scenario riguarda direttamente le basi matematiche delle firme. È diverso, per esempio, dal furto di una chiave attraverso un messaggio ingannevole o un dispositivo compromesso: in quel caso viene sottratto un segreto, senza necessariamente violare l’algoritmo che protegge le operazioni.

Per valutare una scoperta bisogna quindi capire quale problema sia stato affrontato e quali conseguenze abbia sul sistema interessato. Una debolezza individuata in uno schema di firma non implica automaticamente che siano vulnerabili anche gli altri.

Il precedente HAWK

Un esempio concreto arriva da Anthropic, che il 28 luglio ha presentato un attacco migliorato contro HAWK, uno schema di firma candidato alla standardizzazione post-quantistica. Il risultato, ottenuto con Claude Mythos Preview, mostra che l’IA può contribuire alla ricerca di debolezze matematiche negli algoritmi.

L’attacco riguarda però quello specifico schema: non compromette le firme di Bitcoin né la crittografia post-quantistica nel suo insieme. Secondo Anthropic, il risultato non richiede modifiche ai sistemi oggi in produzione.

Il caso chiarisce anche un’altra distinzione: più efficiente non significa necessariamente praticabile. Ridurre il lavoro necessario per un attacco può essere un progresso scientifico significativo e lasciare comunque il problema fuori dalla portata delle risorse disponibili. Anthropic precisa infatti che, con il metodo descritto, le varianti di HAWK con chiavi più grandi restano impraticabili da attaccare.

Per capire la portata di un risultato, quindi, conta anche quanto tempo, quanta capacità di calcolo e quali condizioni servirebbero per utilizzarlo concretamente.

La posizione di Buterin

Il 7 ottobre Vitalik Buterin, cofondatore di Ethereum, ha invitato a prendere sul serio le possibili conseguenze della ricerca matematica accelerata dall’IA. Il suo ragionamento riguarda anche sistemi progettati per resistere agli attacchi quantistici: essere “post-quantistici” non esclude che nuove scoperte matematiche possano modificarne le valutazioni di sicurezza.

Allo stesso tempo, Buterin ha sconsigliato una corsa immediata a trasferire i fondi su nuovi wallet. Il suo intervento esprime una posizione su come preparare la sicurezza futura, non la dimostrazione di un attacco già riuscito.

La prudenza riguarda anche le contromisure. Una migrazione va valutata per la protezione che offre e per gli errori che può introdurre. Inoltre, indirizzo e chiave pubblica non sono la stessa cosa, e la visibilità delle chiavi dipende dal sistema utilizzato: su Bitcoin, per esempio, gli output Taproot includono già una chiave pubblica. Un indirizzo mai utilizzato non rappresenta quindi, da solo, una protezione universale.

I contributi dell’IA per la sicurezza

La ricerca di debolezze permette di mettere alla prova gli algoritmi prima che vengano adottati su larga scala. Le capacità dell’IA possono quindi aiutare anche chi progetta e verifica le protezioni, rendendo più approfondita l’analisi dei sistemi proposti.

Tra le alternative studiate ci sono le firme basate su hash, funzioni matematiche che trasformano i dati in impronte di lunghezza definita. Esistono già standard di questa famiglia, come SLH-DSA, finalizzato dal NIST nel 2024.

La disponibilità di uno schema di firma, però, non coincide con la sua adozione su una blockchain. Per utilizzarlo nelle transazioni occorre che sia supportato dalle regole del protocollo e dagli strumenti che le applicano. Questo richiede verifiche tecniche e un percorso di integrazione: installare un wallet diverso non cambia, da solo, le firme accettate dalla rete.

Di fronte a un titolo sulla “crittografia violata”, le domande utili sono dunque precise: quale algoritmo è stato studiato, su quale versione, con quali risorse e con conseguenze per quali sistemi? I risultati raccontati mostrano progressi nella ricerca, senza dimostrare un metodo praticabile per ricavare le chiavi private di Bitcoin. Tenere insieme questi due aspetti permette di valutare con maggiore consapevolezza sia gli allarmi che le rassicurazioni.

Fonti: Coindesk.com, Ethereum.org, Anthropic.com, Openai.com

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Autore articolo: Conio Team