Il Libano sprofonda nell’inferno: Beirut colpita da più di 100 raid israeliani in 10 minuti, oltre 200 morti

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Beirut è tornata nel mirino con una violenza che non si registrava da mesi. L’8 aprile, in meno di un quarto d’ora, oltre cento obiettivi sono stati colpiti da raid aerei israeliani tra la capitale, il sud del Libano e la valle della Bekaa. Il bilancio resta provvisorio ma già drammatico: tra 182 e 254 morti e fino a 890 feriti, secondo stime divergenti delle autorità e delle agenzie internazionali. Secondo quanto riportato dal giornale libanese Al Liwaa, la Protezione Civile libanese ha annunciato che i raid aerei israeliani di mercoledì hanno provocato 254 morti e oltre 1.129 feriti.

L’offensiva è arrivata poche ore dopo l’annuncio di un cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran. Una tregua che, però, non riguarda il Libano. Israele lo ha chiarito subito: le operazioni contro Hezbollah proseguono, considerate un fronte distinto.

Attacchi simultanei

I raid hanno colpito anche zone centrali densamente popolate, a farne le spese sono i civili innocenti. Tra le aree più colpite, la Corniche al Mazraa, uno dei principali assi urbani della capitale, dove soccorritori e vigili del fuoco hanno lavorato per ore tra edifici sventrati e auto carbonizzate. Testimoni parlano di esplosioni ravvicinate, colonne di fumo visibili da più quartieri e traffico completamente paralizzato.

Secondo l’esercito israeliano, l’operazione ha preso di mira infrastrutture militari di Hezbollah: lanciatori di missili, centri di comando e reti di intelligence. Una versione contestata da autorità locali e residenti, che indicano edifici residenziali e commerciali senza evidenti funzioni militari. Nel caos dei soccorsi, oltre cento ambulanze sono state mobilitate e gli ospedali hanno lanciato appelli urgenti per donazioni di sangue.

Tregua limitata e conflitto aperto

Il nodo politico resta la natura della tregua. Washington e Tel Aviv sostengono che l’accordo con Teheran non includa il Libano, dove il confronto con Hezbollah continua senza interruzioni. Dall’altra parte, Iran e alcuni mediatori internazionali ritengono che il cessate il fuoco debba estendersi all’intero scenario regionale.

Questa divergenza ha effetti immediati: mentre sul piano diplomatico si parla di de-escalation, sul terreno si registrano le operazioni più intense delle ultime settimane. Hezbollah, dopo ore di relativa calma, ha rivendicato il lancio di razzi verso il nord di Israele, definendolo una risposta alla “violazione” della tregua.

A complicare il quadro interviene la decisione iraniana di limitare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per una quota significativa del petrolio mondiale. Le autorità iraniane hanno indicato rotte alternative per le navi, citando il rischio di mine nelle acque più esposte. Qualsiasi restrizione prolungata potrebbe tradursi in aumento dei prezzi e nuove tensioni sui mercati, con effetti diretti anche sulle economie europee.

Pressioni internazionali e rischio escalation

Le reazioni diplomatiche si sono moltiplicate nelle ore successive ai bombardamenti. Francia, Regno Unito e Spagna hanno chiesto esplicitamente che il Libano venga incluso nella tregua, mentre le Nazioni Unite hanno parlato di un “grave pericolo” per la stabilità regionale. Intanto, sul terreno, il conflitto mostra segnali di espansione: oltre un milione di sfollati in Libano dall’inizio delle ostilità e infrastrutture civili sempre più coinvolte. In questo contesto, la distinzione tra obiettivi militari e aree abitate diventa sempre più sfumata.

L’attacco su Beirut dimostra che la tregua tra Stati Uniti e Iran non basta a contenere gli altri fronti attivi. Il Libano resta esposto, e con esso una parte significativa dell’equilibrio mediorientale. Mentre la diplomazia cerca di ridefinire i confini del cessate il fuoco, sul campo prevale una logica diversa. E i numeri — vittime, raid, sfollati — continuano a crescere più rapidamente delle soluzioni.

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Autore articolo: Riccardo Liguori