Tumore al pancreas, un nuovo farmaco sperimentale raddoppia la sopravvivenza: i risultati su oltre 200 pazienti

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Nel tumore del pancreas il tempo pesa più di tante parole. Un anno diventa spesso una misura spietata, una soglia che arriva troppo in fretta, una linea che i medici guardano con prudenza e le famiglie con il fiato corto. Per questo i dati usciti ora meritano attenzione vera: un farmaco sperimentale chiamato elraglusib, usato insieme alla chemioterapia standard, ha mostrato un vantaggio concreto in uno studio clinico di fase 2 pubblicato su Nature Medicine.

Lo studio ha coinvolto 233 pazienti con carcinoma pancreatico metastatico trattati in 60 centri di sei Paesi tra Nord America ed Europa. I partecipanti sono stati divisi tra chi riceveva la sola chemioterapia standard e chi riceveva la stessa terapia insieme a elraglusib. Nel gruppo trattato con la combinazione, la sopravvivenza mediana ĆØ salita a 10,1 mesi, contro i 7,2 mesi del gruppo trattato con la sola chemio. Sul piano statistico, questo si traduce in una riduzione del 38% del rischio di morte.

Il dato che colpisce di più arriva però dalla soglia dei dodici mesi, quella che nel tumore del pancreas metastatico resta una delle più dure da oltrepassare. Tra i pazienti che hanno ricevuto elraglusib insieme alla chemioterapia, il 44,1% era ancora vivo a un anno. Nel gruppo trattato solo con chemio la quota si fermava al 22,3%. Anche più avanti la distanza restava visibile: a 24 mesi era vivo il 13,2% dei pazienti nel braccio con elraglusib, mentre nell’altro gruppo quel dato scendeva a zero.

Un traguardo importante

Quei tre mesi in più, letti cosƬ, possono sembrare un passo corto. Dentro uno studio clinico sul pancreas hanno un altro peso. Gli stessi ricercatori spiegano che nel trial erano presenti anche pazienti con una malattia progredita molto rapidamente, quindi con meno possibilitĆ  di beneficiare davvero del trattamento. Guardando i pazienti che hanno risposto meglio, l’impatto ĆØ apparso molto più netto.

Elraglusib nasce dal lavoro dei ricercatori della Northwestern University e agisce sulla proteina GSK-3 beta, considerata importante sia per la crescita tumorale sia per i meccanismi con cui il tumore riesce a frenare la risposta immunitaria. Nel lavoro pubblicato, gli autori descrivono un profilo di sicurezza gestibile: gli effetti collaterali osservati sono risultati in larga parte coerenti con quelli della chemioterapia, anche se un po’ più frequenti nel gruppo che riceveva il farmaco sperimentale. Tra i più comuni compaiono calo dei globuli bianchi, stanchezza e alterazioni temporanee della vista, descritte come reversibili.

I ricercatori invitano a tenere i piedi ben piantati a terra. Si tratta di risultati incoraggianti, ancora da confermare in studi di fase 3, quindi più ampi e decisivi. Resta però un dato difficile da ignorare: in uno dei tumori più aggressivi e difficili da trattare, un segnale di sopravvivenza così netto arriva raramente. Per chi vive una diagnosi del genere, e per chi gli sta accanto, vale già come uno spiraglio concreto.

Fonte: Nature

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Autore articolo: Ilaria Rosella Pagliaro