Bevande e formaggi vegetali nel mirino: fino a 100mila euro di multa per il milk-sounding, ma a chi serve questa guerra?

La Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva il disegno di legge C.2721, “Disposizioni sanzionatorie a tutela dei prodotti alimentari italiani“. Il provvedimento rientra in un filone di politica legislativa che negli ultimi anni ha visto l’Italia tra i paesi europei più attivi nel rafforzare la protezione delle denominazioni alimentari nazionali, un tema che tocca insieme la tutela della concorrenza, la comunicazione ai consumatori e l’identità dei prodotti agroalimentari del Made in Italy.
Il provvedimento, fortemente voluto dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, nasce per combattere frodi, contraffazioni e agropirateria nel sistema alimentare italiano. Introduce nuovi reati nel codice penale, sanzioni più severe per chi falsifica DOP e IGP, tracciabilità digitale di filiera. Su questi punti il consenso è stato più ampio. Le polemiche invece non mancano su un’altra parte della legge: quella sul cosiddetto milk sounding.
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Questo termine indica l’uso di parole come “latte”, “burro” o “yogurt” per prodotti di origine vegetale. Un divieto che in etichetta in realtà esisteva già: il Regolamento UE 1308/2013 riserva il termine “latte” esclusivamente ai prodotti di origine animale. La sua interpretazione è stata poi confermata nel 2017 da una sentenza della Corte di Giustizia dell’UE.
Per questo sugli scaffali troviamo “bevanda di soia” e non “latte di soia”, “bevanda di avena” e non “latte di avena”. Fanno eccezione, per ragioni storiche riconosciute a livello europeo, alcune denominazioni tradizionali come il latte di mandorla e il latte di cocco. Fin qui, niente di nuovo.
Ma quindi cosa aggiunge la legge italiana? La nuova norma, contenuta nell’articolo 10, non si limita a ribadire il divieto europeo: introduce un sistema sanzionatorio autonomo e più esteso, che secondo i critici potrebbe arrivare a colpire anche le cosiddette “formulazioni negative” espressioni come “non-latte”, “senza burro” o “alternativa vegetale al burro”, nate proprio per distinguere chiaramente il prodotto vegetale da quello animale. Le sanzioni previste vanno da 4.000 a 32.000 euro, o fino al 3% del fatturato aziendale con un tetto massimo di 100.000 euro.
Le critiche
Tra i primi commenti (negativi) alla nuova legge c’è quello di LAV, Lega Anti Vivisezione, che ha definito il provvedimento “un impianto normativo immotivato e sproporzionato“. Secondo l’associazione, la norma colpisce anche comunicazioni trasparenti e non ingannevoli, penalizzando un settore in espansione senza apportare reali benefici in termini di tutela dei consumatori.
Durante l’esame alla Camera, il deputato Giuliano del M5S aveva presentato emendamenti per introdurre criteri minimi di proporzionalità e limitare l’ambito delle condotte sanzionabili. Tutti respinti. L’unica apertura è arrivata dalla deputata Catia Polidori di Forza Italia, che ha votato a favore di una proposta per escludere le formulazioni negative dalle sanzioni, ma è rimasta isolata all’interno della maggioranza.
Non è la prima volta che l’Italia prova a inasprire le regole in questo ambito. Il ministro Lollobrigida aveva già tentato di portare una stretta simile in sede europea, ma la Commissione UE aveva risposto che il quadro normativo esistente era già sufficiente. Con questa legge, l’Italia introduce un livello sanzionatorio ulteriore rispetto a quello comunitario, una scelta che secondo i critici rischia di creare incertezza giuridica per le imprese che operano nel mercato unico.
Il mercato delle alternative vegetali ai latticini è in crescita costante in tutta Europa, trainato da consumatori che scelgono questi prodotti per ragioni ambientali, etiche o di salute. Chi compra una bevanda vegetale lo fa consapevolmente: il rischio di confusione con il latte animale, sostengono i critici, è minimo o inesistente. Da qui le perplessità: sanzionare chi utilizza diciture come “non contiene latte” o “alternativa vegetale al burro” in etichetta sembra essere del tutto in contrasto con l’obiettivo di trasparenza che la legge dichiara di voler rafforzare.
In pratica, questa stretta normativa potrebbe finire per favorire indirettamente il comparto lattiero-caseario tradizionale, rispetto alle alternative vegetali in crescita sul mercato.
Il Governo e i sostenitori del provvedimento, ovviamente, la vedono diversamente: per loro si tratta di proteggere l’identità e la chiarezza delle denominazioni alimentari, a tutela sia dei produttori che dei consumatori.
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