Scoperta in Norvegia una nave funeraria di 1.300 anni fa che riscrive la storia di questa antica tradizione

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Per anni Herlaugshaugen è rimasto lì, enorme e silenzioso, affacciato sulla costa della Norvegia centrale come fanno certi luoghi che sembrano sapere già tutto. Un tumulo gigantesco sull’isola di Leka, più di 60 metri di diametro, uno di quei rilievi artificiali che impongono rispetto anche prima di capire cosa custodiscono. Adesso gli archeologi hanno dato una risposta solida a un sospetto antico: dentro quel monte di terra c’era davvero una nave funeraria, databile attorno al 700 d.C. La notizia cambia parecchio. Spinge questa tradizione indietro di secoli rispetto ai celebri sepolcri navali norvegesi dell’età vichinga e la collega con più forza a un mondo del Mare del Nord che scambiava merci, persone, rituali e idee con una continuità molto più fitta del previsto.

La conferma è arrivata da dettagli che, visti da vicino, sembrano quasi modesti. Alcuni elementi in ferro, un po’ di legno rimasto aderente, un disegno disturbato nel terreno. Eppure negli scavi capita spesso così: il quadro cambia grazie a oggetti piccoli e testardi. Il team guidato da Geir Grønnesby della Norwegian University of Science and Technology, la NTNU, ha lavorato dentro un contesto complicato, perché un vecchio intervento aveva già sfondato la parte centrale del tumulo. Nessuno si è trovato davanti il profilo pulito di uno scafo disteso nella terra. C’era una traccia più sporca, più confusa, piena di ferite lasciate da chi era arrivato prima.

Proprio in quel terreno disturbato sono comparsi gli indizi decisivi. I più eloquenti sono i chiodi clinker, i rivetti in ferro usati per fissare tavole sovrapposte. È una tecnica tipica della carpenteria navale marittima, quella che permette a uno scafo di affrontare l’acqua aperta. Dentro il tumulo ne sono emersi ventinove, con piccoli resti lignei ancora attaccati. Qui il discorso si fa molto concreto: quei pezzi parlano di una nave vera, costruita per navigare, e tolgono forza a ipotesi più prudenti legate a oggetti lignei di altra natura.

nave funeraria in Norvegia

©NTNU

Anche le dimensioni contano, e parecchio. La misura dei rivetti suggerisce una nave lunga oltre 65 piedi, quindi più di 20 metri, probabilmente intercettata nella sua sezione centrale. Basta questa stima per capire che si trattava di un’imbarcazione importante, certamente impegnativa da costruire, di quelle che richiedono maestria tecnica, materiali, tempo, uomini addestrati e un’autorità capace di organizzare tutto il lavoro. Grønnesby lo ha detto con chiarezza: una nave di questa taglia non nasce per caso e non prende forma senza una ragione forte.

Poi è arrivata la cronologia, che qui pesa quasi quanto la scoperta della nave stessa. Gli archeologi hanno prelevato campioni di legno e carbone intrappolati nel tumulo e li hanno sottoposti alla datazione al radiocarbonio. Il risultato porta il sepolcro attorno al 700 d.C. Il modello indica anche che la nave venne costruita dopo il 670 d.C., anche se l’assenza degli anelli più esterni del legno impedisce di stringere il calendario fino all’ultimo anno utile. Resta comunque il dato che conta: Herlaugshaugen precede di generazioni i classici tumuli navali norvegesi associati all’epoca vichinga.

La nave funeraria racconta una tradizione più antica

La sepoltura di Leka cade nell’età merovingia, cioè nei secoli immediatamente precedenti all’epoca vichinga. Qui la faccenda smette di essere locale e comincia a muoversi su scala più grande. Il confronto che torna subito in mente è Sutton Hoo, nell’Inghilterra orientale, il grande sepolcro navale datato intorno al 625 d.C. Per anni quella scoperta inglese e le più tarde tombe navali norvegesi sembravano stare su una linea spezzata, con un vuoto in mezzo. Herlaugshaugen entra proprio lì, nel tratto che mancava, e rende la sequenza molto più credibile. La tradizione delle sepolture monumentali in nave comincia ad apparire come un costume condiviso lungo le sponde del Mare del Nord, già vivo prima che la parola “vichingo” diventasse il grande contenitore di tutto.

C’è poi un altro elemento che rende Leka particolarmente interessante: la posizione. L’isola si trova parecchio più a nord rispetto al gruppo più famoso delle tombe navali norvegesi. Eppure quel tratto di costa stava in un punto strategico, dove una direttrice valliva est-ovest incontrava la rotta marittima nord-sud. In termini semplici: chi si spostava per commerciare, trasportare merci, portare notizie o misurare i propri rapporti di forza passava da lì. Gli autori dello studio insistono proprio su questo aspetto. Leka funzionava come un nodo, un luogo dove circolavano oggetti e insieme circolavano idee. La nave funeraria, messa dentro un tumulo gigantesco accanto a un approdo, acquistava così una potenza pubblica enorme. Parlava ai vivi almeno quanto accompagnava un morto.

Dentro una società di coste, stretti e approdi, la nave diceva molto più di un semplice mezzo di trasporto. Portava cibo, uomini armati, scambi, prestigio, contatti. Portava anche identità. Mettere una nave in una tomba monumentale significava mostrare status, raggio d’azione, controllo del mare e forse un certo modo di immaginare il viaggio verso l’aldilà. Il rituale preciso resta sfocato, e resta normale: il tempo conserva, sbriciola, lascia spiragli. Il messaggio però è leggibilissimo. Chiunque arrivasse dall’acqua vedeva quel tumulo e capiva subito di trovarsi davanti a una comunità capace di segnare il paesaggio e di farsi ricordare.

Herlaugshaugen smette di vivere solo di leggenda

Su Herlaugshaugen, del resto, si erano depositate storie da molto prima delle analisi moderne. Una saga lo collegava a re Herlaug. Nel Settecento alcuni scavatori raccontarono di aver trovato uno scheletro seduto, una spada, ossa di animali e oggetti metallici. Poi quei materiali sparirono. Ed è qui che la vicenda prende un tono quasi crudele, perché gli oggetti svaniti lasciano gli studiosi a litigare per decenni su una domanda semplice e centrale: dentro il tumulo c’era davvero una nave oppure no.

Il nuovo scavo della NTNU quei corredi perduti non li ha riportati fuori, e sarebbe stato un colpo di fortuna quasi teatrale. Ha fatto qualcosa di più utile: ha chiarito il nocciolo della questione. Il tumulo custodiva davvero una nave funeraria. Da quel momento Herlaugshaugen cambia categoria. Esce dal recinto un po’ fumoso delle suggestioni, delle saghe e dei “forse”, e torna a essere un punto fermo per capire quanto fossero avanzate la cantieristica e la cultura marittima scandinava già prima dell’età vichinga.

Anche i nomi dei luoghi attorno al porto aggiungono un tassello interessante. Secondo gli studiosi, la toponomastica della zona suggerisce riunioni, giochi, assemblee. È il tipo di geografia che fa pensare a una comunità capace di radunarsi, trattare, misurarsi, stemperare conflitti e mettere in scena il potere in modo visibile. In un contesto del genere il tumulo visto dal mare smette di sembrare una tomba privata e si avvicina molto a una dichiarazione pubblica di importanza regionale. Un segnale, quasi un cartello scolpito nel paesaggio, rivolto a chi arrivava dalla terraferma o risaliva la costa da sud.

Lo studio pubblicato su Antiquity lascia aperta la porta a nuove indagini, e farà bene a lasciarla aperta. Qualche scavo in più potrà affinare i dettagli del rito, chiarire meglio la struttura del deposito, magari raccontare di più sulla persona sepolta. Il cambio di prospettiva però è già arrivato. La nave funeraria scandinava comincia prima, sale più a nord e prende forma dentro una rete di contatti molto più fitta di quella che si immaginava. Bastavano ferro, carbone e legno rimasto incollato al tempo. Ogni tanto la storia si sposta così, di pochi centimetri. E da lì cambia tutto.

Fonte: Antiquity  

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Autore articolo: Ilaria Rosella Pagliaro