La cometa interstellare 3I/ATLAS libera acqua come 70 piscine olimpioniche al giorno (e la sonda europea Juice l’ha vista da vicino)

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A oltre 180 milioni di chilometri di distanza, una sonda partita per studiare le lune ghiacciate di Giove ha incrociato un intruso vecchissimo e bagnato. Si chiama 3I/ATLAS, arriva da fuori dal Sistema solare, ed è il terzo visitatore interstellare riconosciuto dagli astronomi. La sua carta d’identità racconta già abbastanza: scoperta il 1° luglio 2025 dal sistema ATLAS in Cile, passaggio ravvicinato al Sole il 29 ottobre, traiettoria iperbolica, un viaggio che la riporterà nel buio tra le stelle senza biglietto di ritorno. Secondo l’ESA potrebbe essersi formata più di 10 miliardi di anni fa, quindi molto prima della nascita del nostro Sistema solare.

Il dettaglio che ha fatto drizzare la schiena a mezzo mondo scientifico riguarda l’acqua. Subito dopo il passaggio al perielio, la sonda europea Juice ha misurato un’emissione di circa 2.000 chilogrammi di vapore acqueo al secondo, una quantità che l’ESA traduce in circa 70 piscine olimpioniche al giorno. L’acqua, per la chimica della vita, resta materia prima decisiva; trovarla in queste condizioni su un corpo arrivato da un altro sistema stellare offre agli astronomi qualcosa di molto raro: una traccia concreta di come si assemblano ghiacci, polveri e molecole attorno a stelle lontane.

Cometa 3I Atlas

©ESA

La parte più bella di questa storia ha dentro anche una dose di improvvisazione. Juice, missione europea costruita per il sistema di Giove, in novembre 2025 si è trovata nel punto giusto, con l’angolo giusto e con strumenti già pronti a leggere ghiaccio, gas e polveri. Dalla Terra, in quelle settimane, 3I/ATLAS soffriva il controluce del Sole e gli osservatori faticavano a seguirla bene. La sonda invece aveva una visuale diversa, anche se il contesto operativo restava scomodo: si trovava dall’altro lato del Sole rispetto alla Terra, usava l’antenna principale come scudo termico e trasmetteva a bassa velocità con quella secondaria. I dati completi sono arrivati solo nel febbraio 2026.

La sorpresa, in verità, era cominciata anche prima. Osservazioni nell’ultravioletto con il Neil Gehrels Swift Observatory avevano già mostrato un segnale di acqua quando la cometa era ancora a circa 2,9 unità astronomiche dal Sole, quindi quasi tre volte la distanza media Terra-Sole. In quel momento 3I/ATLAS perdeva già circa 40 chilogrammi d’acqua al secondo, un comportamento piuttosto aggressivo per una cometa così lontana dal riscaldamento più intenso. Gli autori dello studio hanno collegato questa attività precoce a una struttura fragile e a grandi grani di ghiaccio dispersi nella chioma, capaci di sublimare prima del previsto.

Quando poi Juice ha acceso i suoi strumenti scientifici, il quadro si è allargato di colpo. Lo spettrometro MAJIS ha visto vapore acqueo e anidride carbonica; il SWI ha mostrato che gran parte dell’acqua veniva rilasciata dal lato esposto al Sole e che una quota importante non usciva direttamente dal nucleo solido, bensì da una nube di granelli ghiacciati sospesi nella coma, l’involucro diffuso che circonda la cometa. In pratica, attorno al corpo centrale si stava formando una specie di alone attivo che continuava a bollire via materiale.

Qui il punto diventa ancora più interessante. I ricercatori sanno che le comete del nostro Sistema solare rilasciano acqua quando si scaldano. 3I/ATLAS si comporta in modo riconoscibile, quasi familiare, eppure la sua firma chimica porta altrove. Secondo l’ESA, le misure di ALMA e del James Webb Space Telescope sul rapporto tra acqua leggera e acqua semipesante, cioè l’isotopologo HDO, indicano valori insolitamente alti. Un’impronta del genere rimanda a un ambiente di formazione molto freddo, molto antico e investito da forte radiazione ultravioletta emessa da stelle giovani. Tradotto: questo oggetto sembra essersi assemblato in condizioni che nel nostro quartiere cosmico si vedono poco o in modo diverso.

Un’acqua diversa dalla nostra

L’idea di una cometa aliena fa pensare a qualcosa di strambo, quasi teatrale. Le immagini e gli spettri raccolti da Juice raccontano invece una scena più sottile. 3I/ATLAS sotto il Sole lavora come una cometa vera e propria, con una chioma estesa, due code e strutture interne che gli astronomi chiamano getti, raggi e filamenti. La camera JANUS, pur osservandola da oltre 60 milioni di chilometri, ha visto chiaramente il materiale che si allungava via dal nucleo. Il dato conta proprio per questo: l’origine è extrasolare, il comportamento fisico resta leggibile dentro la grammatica delle comete che conosciamo.

Anche la scala del fenomeno impressiona. Lo spettrografo ultravioletto UVS ha rilevato ossigeno, idrogeno, carbonio e polvere lungo una struttura che si estendeva per più di 5 milioni di chilometri dietro il nucleo. In alcune immagini il gas intorno alla cometa appare verde, una resa visiva dovuta alle emissioni a determinate lunghezze d’onda. Dietro quell’effetto quasi ornamentale c’è un processo molto concreto: ghiacci che passano allo stato di gas, polveri che vengono trascinate via, luce solare che colpisce atomi e molecole e li costringe a lasciare la propria firma nello spettro.

Questa abbondanza di acqua e gas spiega anche perché seguire la traiettoria di 3I/ATLAS sia stato utile oltre la pura curiosità. Quando una cometa espelle materiale, la sua corsa subisce piccole spinte continue. Roba sottile, certo, però sufficiente a cambiare i conti se si vuole ricostruire un’orbita con precisione. La NavCam di Juice, pensata per orientare la sonda nel sistema di Giove, ha dato all’ESA una prospettiva impossibile da ottenere da Terra e ha offerto un banco di prova prezioso per la difesa planetaria, cioè per tutti i metodi con cui si affinano posizione e traiettorie di corpi piccoli e attivi.

Perché 3I/ATLAS resta importante anche dopo il passaggio

C’è poi un aspetto quasi malinconico in tutta questa vicenda. 3I/ATLAS resterà un passante. La vediamo, la misuriamo, la spremiamo scientificamente per pochi mesi e poi basta. Proprio per questo ogni dato pesa. Un oggetto nato forse miliardi di anni prima del Sole, buttato fuori dal suo sistema d’origine e arrivato fin qui per puro caso, porta con sé un archivio di ghiacci e composti che nessuna missione avrebbe potuto pianificare davvero in tempo utile. L’ESA lo dice apertamente: per Juice si è trattato di un’occasione irripetibile.

Per la missione europea, tra l’altro, l’incontro ha funzionato anche come prova generale. Juice raggiungerà Giove nel 2031 e lì dovrà leggere superfici gelate, ambienti estremi e chimiche complicate. Il fatto che i suoi strumenti abbiano lavorato così bene su 3I/ATLAS aggiunge fiducia a un programma che deve ancora entrare nella sua parte più spettacolare. La cometa interstellare, in questo senso, ha fatto da ospite inatteso e da collaudatrice severa.

Intanto resta l’immagine più concreta di tutte: un relitto antichissimo che, mentre attraversa il nostro cielo lontanissimo, continua a lasciare dietro di sé fiumi di vapore. Settanta piscine olimpioniche al giorno. Dentro quella perdita enorme c’è la cosa più semplice e più preziosa: acqua. E dentro quell’acqua, per una volta, c’è un altro sistema stellare che perde pezzi davanti ai nostri occhi.

Fonte: ESA

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Autore articolo: Ilaria Rosella Pagliaro