Terricidio, il grido inascoltato dei popoli nativi: perché tutti dovremmo leggere il libro dell’attivista Mapuche Moira Millán

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Ci sono parole che, una volta incontrate, cambiano il modo in cui guardiamo il mondo. Terricidio è una di queste. Non solo un neologismo politico o ambientalista, ma anche una parola nata dal dolore, dalla resistenza e dalla memoria dei popoli indigeni del Sudamerica. Una parola che prova a raccontare qualcosa che termini come “crisi climatica” o “disastro ambientale”, da soli, non riescono più a contenere.

Motivo? Terricidio riguarda anche e soprattutto l’annientamento simultaneo di ecosistemi, culture, lingue, comunità, corpi e relazioni. È il genocidio dei popoli. L’ecocidio della Terra. L’epistemicidio dei saperi ancestrali. Il femminicidio come strumento di dominio.

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A coniare questo concetto è stata Moira Millán, attivista e scrittrice mapuche argentina, che oggi porta questa riflessione in Italia con Terricidio. Saggezza ancestrale per un mondo alternativo, pubblicato da Tangerin Editrice (220 pp., 15 euro).

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© Moira Millán

Dare un nome alla violenza

Nel libro Millán racconta come il concetto di terricidio sia nato ascoltando le storie delle donne indigene: stupri, sparizioni, devastazione ambientale, espropriazione delle terre, persecuzioni contro le comunità native.

A un certo punto, scrive, si è resa conto che termini separati come ecocidio, genocidio o femminicidio non bastavano più. Perché tutto era connesso.

Oggigiorno il genocidio non ha più bisogno di armi e proiettili. Ora arriva con la criminalizzazione della protesta, quando ci opponiamo all’inquinamento, alla scarsità d’acqua, alle monocolture forestali, all’agroindustria, al latifondo e all’inquinamento acustico, tra i tanti modi per indebolirci, ammalarci e ucciderci, si legge.

Ed è forse questo uno degli aspetti più potenti del libro: ricordarci che la distruzione del pianeta non avviene mai da sola. Quando una foresta viene abbattuta, spesso viene cancellata anche una cultura. Quando si privatizza l’acqua, si colpiscono soprattutto le comunità più vulnerabili. Quando un territorio viene trasformato in zona di estrazione, insieme alla biodiversità scompaiono anche lingue, spiritualità, memorie collettive.

Il terricidio, quindi, si configura come un chiaro progetto politico ed economico.

Il libro di Moira Millán

Terricidio è sì un saggio ecologista, ma è anche e soprattutto un testo che mescola autobiografia, spiritualità, memoria indigena e critica feroce al capitalismo coloniale. Millán scrive da donna mapuche, da “guardiana della Terra”, come lei stessa si definisce.

Sono nata con il newen, lo spirito, di weychafe, di chi difende la vita. Sono una guardiana della Mapu, la Terra, non una dirigente. Weychafe deriva da weychan, che significa «lottare». Alcuni traducono weychafe come guerriero ma in realtà non è così, perché la Nazione Mapuche non era espansionista né guerriera, bensì si difendeva. Weychan è il processo legittimo di autodifesa.

Non parla della natura come qualcosa di esterno all’essere umano, ma come di una rete vivente di cui facciamo parte. Ecco perché nelle sue pagine il territorio non è mai solo territorio, ma è identità, appartenenza, memoria, corpo, e perché – tra i passaggi più intensi – ci sono quelli dedicati allo sradicamento dei popoli indigeni, costretti ad abbandonare le proprie terre per finire nelle periferie urbane, dentro un sistema che trasforma tutto in profitto e consumo.

Le città, racconta Millán, diventano luoghi di isolamento, perdita e disconnessione dalla Terra. Ed è difficile non riconoscere, in queste pagine, qualcosa che riguarda anche noi: la sensazione contemporanea di vivere sempre più separati dalla natura e dagli altri.

Non tutti sono responsabili allo stesso modo

Uno dei punti più interessanti del libro riguarda anche la critica all’idea di Antropocene, cioè l’epoca geologica dominata dall’impatto umano sul pianeta. Per Millán parlare genericamente di “umanità” rischia di cancellare le responsabilità storiche del colonialismo e del capitalismo globale.

Non tutti, scrive, hanno devastato la Terra allo stesso modo. Esistono popoli che da secoli vivono cercando un equilibrio con gli ecosistemi e che oggi sono spesso proprio quelli più colpiti dall’estrattivismo e dalla violenza economica.

Quindi parlare di Antropocene significa negare che esista una parte dell’umanità che coesiste in armonia – o almeno ci prova – con la Terra. Pertanto ho ritenuto davvero importante sostenere una nuova terminologia che offrisse una caratterizzazione di questa realtà che prendesse in considerazione il punto di vista dei popoli tellurici, dei popoli indigeni. Ed è così che è nato il concetto di Terricidio.

È una riflessione scomoda, ma necessaria. Soprattutto oggi, mentre la crisi climatica viene raccontata sempre più spesso come una semplice emergenza tecnica da gestire con nuove tecnologie e transizioni energetiche, dimenticando le profonde disuguaglianze che l’hanno prodotta.

Infine, il sottotitolo del libro, Saggezza ancestrale per un mondo alternativo, potrebbe sembrare utopico. In realtà è estremamente concreto. Millán non idealizza i popoli indigeni né propone un impossibile ritorno al passato. Piuttosto invita a recuperare un’altra idea di relazione con la Terra: non basata sul dominio, ma sulla reciprocità.

Nel testo ritorna spesso il concetto mapuche di Buen Vivir, una vita in armonia con il territorio, gli altri esseri viventi e le forze della natura.

Il Buen Vivir è la soglia epistemologica più elevata per il raggiungimento della salute fisica, spirituale e mentale. Il Buen Vivir non è possibile senza territorio. Per questo oggi rappresenta anche la possibilità di guarire il nostro vincolo con la Terra […]

Ed è forse questo il motivo per cui Terricidio arriva così forte: perché mentre il mondo continua a parlare di crescita infinita, Moira Millán ci costringe a porci una domanda molto più essenziale: come si può continuare a vivere senza distruggere ciò che rende possibile la vita stessa?

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Autore articolo: Germana Carillo