La montagna che non vuole scomparire: viaggio tra le valli bergamasche dove si salvano boschi, castagneti e comunità

Ci sono luoghi in cui il silenzio è una meraviglia. E altri in cui, a un certo punto, rischia di diventare un problema. Nelle valli bergamasche, tra i boschi dell’Alta Valle Brembana e i piccoli nuclei abitati aggrappati alle montagne, questa differenza si percepisce quasi subito. Le case in pietra, i prati che si arrampicano sui pendii, i castagni secolari e le vecchie mulattiere raccontano un paesaggio che sembra aver resistito al tempo. Ma dietro quella bellezza c’è una domanda: chi se ne prenderebbe cura se sempre meno persone dovessero decidere di rimanere?
Tra Averara, Cusio e Santa Brigida, accompagnati da amministratori, tecnici forestali, agricoltori e castanicoltori, volontari e persone che hanno deciso di non arrendersi allo spopolamento, abbiamo scoperto che – da queste parti – parlare di sostenibilità significa innanzitutto parlare di persone. Di chi continua a lavorare un terreno difficile, di chi recupera un castagneto abbandonato, di chi interviene su un bosco malato o si occupa di tenere percorribile una strada di montagna.
È da qui che nasce il lavoro del Consorzio Forestale Valle Averara, una realtà relativamente giovane che prova ad affrontare un problema antico: come si mantiene viva una montagna quando diminuiscono le risorse, il clima cambia e ogni piccolo Comune, da solo, non ha abbastanza forze per occuparsi di tutto?
Tre Comuni, 1.500 ettari e una scelta
Averara, Cusio e Santa Brigida sono tre piccoli Comuni dell’Alta Valle Brembana, in provincia di Bergamo. Qui la montagna detta praticamente quasi ogni aspetto della vita quotidiana: gli spostamenti, il lavoro, la gestione dell’acqua, la manutenzione delle strade, la disponibilità di servizi. Nel 2022 le tre amministrazioni hanno scelto di mettere insieme competenze e risorse, dando vita al Consorzio. Oggi la superficie complessiva gestita raggiunge circa 1.514 ettari, tra boschi comunali e superfici affidate all’ente attraverso accordi con altri proprietari. L’idea è quella di superare i confini amministrativi per affrontare problemi che quei confini non li rispettano affatto. Un bosco colpito da un parassita, un incendio, un dissesto idrogeologico o una strada agro-silvo-pastorale che attraversa proprietà diverse.
Durante il confronto con i sindaci emerge proprio questo: nei piccoli territori montani spesso mancano il personale, le competenze specialistiche e le risorse economiche per trasformarle in qualcosa di concreto. Mettersi insieme permette almeno di affrontare queste problematiche a una scala più adeguata e soprattutto sposta il ragionamento: non più tre piccoli Comuni che cercano di resistere, ma un unico territorio che prova a immaginare il proprio futuro.
C’è, inoltre, un numero, emerso durante gli incontri, che ha restituito di colpo la fragilità di queste comunità: i bambini e le bambine sono meno di una sessantina. Un dato che fa impressione: se diminuiscono i bambini, le scuole rischiano di perdere classi e servizi. E se scompare una scuola, una giovane famiglia può decidere di trasferirsi. Quando diminuiscono le famiglie, diventano più difficili da mantenere anche i negozi, i collegamenti e così via. Ed ecco lo spopolamento, seguito subito da un paradosso: in ogni caso, questi territori continuano a svolgere funzioni fondamentali anche per chi vive altrove. I boschi contribuiscono alla protezione dei versanti e alla regolazione delle acque, i pascoli mantengono aperti paesaggi storici, la manutenzione delle infrastrutture montane riduce situazioni di pericolo che possono avere ripercussioni anche a valle. Un vero e proprio circolo virtuoso che non andrebbe perso.
È anche per questo che il Consorzio non vuole limitarsi a gestire il patrimonio forestale, ma sta lavorando a un modello che tenga insieme ambiente, comunità e filiere produttive.
Nei castagneti di Averara
La prima tappa del viaggio ci porta al Castagneto Aureo, uno dei luoghi che meglio raccontano quanto il paesaggio di montagna sia il risultato di una relazione secolare tra esseri umani e natura. Qui i castagni hanno rappresentato per generazioni una risorsa alimentare essenziale e una parte importante dell’economia familiare. Poi, progressivamente, tutto si è abbandonato e gli alberi sono stati circondati dalla vegetazione spontanea. Così, il lavoro dell’Associazione Castanicoltori Averara APS nasce proprio dal desiderio di recuperarli.

@Germana Carillo/GreenMe
Tutto comincia nel 2015, quando un piccolo gruppo di residenti riscopre il patrimonio castanicolo locale e avvia un percorso collettivo di recupero. Con il tempo, il progetto si apre alla collaborazione di professionisti, volontari, associazioni e persone con competenze diverse.
Nel Castagneto Aureo si lavora sui castagni secolari, sulla pulizia delle selve, sul recupero dei sentieri e sulla ricostruzione dei muri a secco. Si organizzano anche attività didattiche, laboratori e occasioni di incontro.
La tutela del paesaggio diventa uno strumento per ricostruire relazioni tra le persone, ci racconta Alfio Domenighini, presidente dei castanicoltori del progetto Castagneto Aureo. E la cooperazione è fondamentale, così come il saper condividere.
Un muro a secco, del resto, può contribuire a sostenere i terrazzamenti, favorire il drenaggio delle acque e mantenere coltivabili superfici che altrimenti rischierebbero di essere abbandonate. Ricostruirlo, come si sta facendo ora, significa recuperare competenze manuali, spesso tramandate oralmente, che hanno permesso alle comunità montane di adattarsi per secoli a territori difficili.
La cosa che colpisce è che si prova a recuperare ciò che può avere ancora una funzione e non a caso l’esperienza di Averara è stata inserita tra le buone pratiche del progetto europeo SPACE-NEST, dedicato alla rigenerazione di spazi rurali abbandonati attraverso il coinvolgimento delle comunità locali.
All’Alpe Cantedoldo la battaglia contro il bostrico
Lasciati i castagneti, saliamo verso l’Alpe Cantedoldo. Qui il paesaggio cambia, così come cambiano i problemi. Al centro della visita c’è uno dei protagonisti della crisi delle foreste alpine: il bostrico tipografo, un piccolo coleottero che attacca soprattutto gli abeti rossi. Le sue dimensioni sono minuscole, pochi millimetri appena, ma i danni che può provocare sono enormi.
Il bostrico scava gallerie sotto la corteccia, dove si riproduce, danneggiando i tessuti attraverso i quali l’albero trasporta acqua e sostanze nutritive. Quando gli attacchi sono particolarmente intensi, gli abeti possono morire e intere porzioni di bosco cambiare aspetto in pochi mesi.
È un insetto naturalmente presente negli ecosistemi forestali – ci spiega Milena Zarbà, agronoma e direttrice tecnica del Consorzio. Dunque, il problema nasce quando le sue popolazioni crescono in maniera incontrollata, favorite dalla disponibilità di alberi indeboliti, dal legname schiantato e da condizioni climatiche che possono accelerarne lo sviluppo.
Le temperature più elevate e i periodi di siccità, infatti, possono aumentare lo stress degli abeti, rendendoli più vulnerabili. È uno dei motivi per cui il bostrico è diventato una preoccupazione crescente in diverse aree alpine.
All’Alpe Cantedoldo il Consorzio porta avanti attività di monitoraggio e interventi fitosanitari per contenere la diffusione dell’insetto.
Recentemente il Consorzio ha ottenuto fondi dalla Regione Lombardia, nell’ambito dell’intervento SRD12 per il ripristino del potenziale forestale danneggiato, che saranno destinati a tagli fitosanitari su 21 settori nei territori di Averara, Cusio e Santa Brigida, oltre che alla manutenzione straordinaria della strada agro-silvo-pastorale Valmoresca-Cantedoldo.
Qui il cambiamento climatico diventa qualcosa che si misura nella salute degli alberi, nella necessità di intervenire più rapidamente e nelle risorse che una piccola comunità deve trovare per proteggere il proprio territorio.
Una casera che torna a vivere
La salita prosegue verso la casera e il rifugio dell’Alpe Cantedoldo, a 1500 metri. La vecchia casera, parzialmente crollata nel 1953 e rimasta abbandonata fino al 2012, è stata recuperata dal Comune di Averara grazie a contributi regionali e trasformata in rifugio escursionistico. Un intervento rispettoso dell’architettura originaria, che ha conservato le murature esistenti, integrando pietra, calce e legno di larice.

@Germana Carillo/GreenMe
Siamo nel cuore di uno degli alpeggi più pregiati delle Orobie, dove si produce il tradizionale Formai de Mut (buonissimo!) e dove sentieri e percorsi per e-bike conducono al rifugio, punto di partenza anche per raggiungere la panoramica cima della Corna. Qui si riscoprono pure i sapori locali, dalla polenta preparata con farina macinata nello storico mulino ad acqua di Cusio allo sguazzetto bergamasco. Ma mantenere viva la montagna significa anche affrontare nuove sfide, a cominciare dalla disponibilità d’acqua, sempre più messa alla prova dai cambiamenti climatici.
Recuperare edifici e mantenere attivi gli alpeggi significa così tutelare non soltanto un patrimonio culturale, ma anche il paesaggio e la biodiversità delle terre alte.
Il mulino di Cusio
Nel pomeriggio raggiungiamo Cusio, dove la visita a un vecchio mulino ancora funzionante ci riporta a un’altra dimensione della vita montana: quella delle filiere alimentari locali. Il movimento dell’acqua mette in funzione il meccanismo del mulino, dalla ruota alle macine. È una tecnologia antica, ma racconta qualcosa di estremamente attuale: la possibilità di trasformare le risorse del territorio senza separare completamente produzione, cultura e comunità.
Qui, il mugnaio Valerio lavora anche sulla macinazione del Mais Nostrano Orobico e il suo racconto è favoloso:
La presenza di un mulino funzionante vuol dire conservare un anello della filiera, una competenza tecnica e una possibilità di trasformazione locale e per una piccola azienda agricola, poter contare su servizi vicini può fare la differenza tra continuare un’attività o rinunciarvi.
È una questione che torna continuamente durante questi due giorni: non basta incoraggiare qualcuno a coltivare, allevare o raccogliere prodotti forestali, ma è necessario creare le condizioni perché possa lavorare, con laboratori, spazi condivisi, infrastrutture, competenze, possibilità di commercializzazione.

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Il percorso ci porta poi verso altri alpeggi e baite recuperate, dove il lavoro delle realtà locali e delle cooperative di comunità prova a tenere insieme servizi, attività economiche e presidio del territorio.
Dai fiori spontanei alla cosmesi naturale: i profumi della Valle Brembana
E c’è anche chi ha scelto di trasformare i profumi e le essenze della Valle Brembana in un piccolo progetto di cosmesi naturale. Ad Averara abbiamo visitato un laboratorio a conduzione familiare dove piante officinali, fiori spontanei ed erbe coltivate nel giardino diventano oli, creme e preparazioni realizzate senza conservanti artificiali.

@Germana Carillo/GreenMe
Entrare nel laboratorio dei fiori essiccati è stata un’esperienza letteralmente inebriante: un intreccio di profumi che racconta, meglio di tante parole, quanta ricchezza possa nascondersi nella vegetazione di queste montagne. Un altro esempio di come le risorse locali possano trasformarsi in un’attività economica, senza perdere il legame con il territorio.
La prevenzione degli incendi boschivi
Il viaggio riparte da un altro tema centrale per la sicurezza delle montagne: la prevenzione degli incendi boschivi. Incontriamo il mondo del volontariato antincendio, una presenza fondamentale in territori dove le superfici da controllare sono vaste e le persone disponibili sempre meno.
Mezzi, attrezzature, organizzazione degli interventi, coordinamento con il sistema antincendio boschivo della Valle Brembana. Dietro ogni operazione esiste un lavoro di preparazione che normalmente rimane invisibile.
Proteggere un bosco non significa soltanto intervenire quando divampa un incendio, ma soprattutto prevenirlo: sorvegliare il territorio, mantenere accessibili le strade forestali e individuare tempestivamente le situazioni di rischio. Un impegno che richiede conoscenza dei luoghi e una presenza costante.
La sfida della certificazione FSC
Attraverso la partecipazione a LIFE ClimatePositive, il Consorzio Forestale Valle Averara ha avviato un percorso per rafforzare la gestione sostenibile delle proprie superfici boschive, lavorando anche verso la certificazione FSC, Forest Stewardship Council, il sistema internazionale che definisce standard ambientali, sociali ed economici per la gestione responsabile delle foreste.
Il progetto LIFE ClimatePositive, sostenuto dall’Unione Europea e avviato nel 2022, punta proprio a favorire forme di gestione forestale associata e a sviluppare strumenti per misurare e valorizzare i servizi ecosistemici delle foreste.
Cosa significa, concretamente? Vuol dire iniziare a considerare un bosco non soltanto in funzione del legname che può produrre, ma anche di tutto ciò che restituisce alla collettività: conservazione della biodiversità, assorbimento e stoccaggio del carbonio, protezione dei suoli, regolazione delle acque e qualità del paesaggio.
Sono benefici spesso dati per scontati. Eppure, richiedono un patrimonio forestale in salute e, in molti contesti, risorse per monitorarlo e gestirlo. La certificazione FSC prevede criteri verificabili e controlli indipendenti e il tema economico non è secondario. Perché se i boschi offrono benefici che vanno ben oltre i confini dei Comuni che li ospitano, diventa legittimo interrogarsi su come sostenere economicamente chi contribuisce a conservarli.
Questo significa riconoscere che la gestione delle foreste ha un costo e che i benefici ambientali prodotti meritano di essere misurati, verificati e sostenuti.
Smart Forest Communities
SMART FOREST COMMUNITIES parte da un’intuizione fondamentale: non si può parlare di sostenibilità forestale senza occuparsi anche delle comunità che abitano intorno alle foreste. Il Consorzio ne è capofila e coordina una serie di attività che coinvolgono castagneti, prati, pascoli, alpeggi, aziende agricole e operatori del territorio, per mettere in relazione iniziative diverse, offrendo supporto progettuale e competenze per trasformare le idee in interventi finanziabili.
Tra le proposte allo studio c’è anche un laboratorio collettivo per la trasformazione dei prodotti forestali non legnosi, dal momento che avere accesso a uno spazio condiviso per lavorare e valorizzare prodotti locali può significare evitare investimenti impossibili da sostenere individualmente. Può rendere più semplice avviare una piccola attività e creare occasioni di collaborazione tra aziende agricole che, da sole, avrebbero capacità limitate.
“Non vogliamo il turismo di massa”
Da questi giorni è emersa con chiarezza anche un’altra scelta, tutt’altro che scontata per un territorio montano: non puntare tutto sul turismo o, meglio, non considerare il turismo di massa come la soluzione ai problemi economici e demografici delle valli. Un ragionamento da lodare, soprattutto in un momento in cui molte località di montagna sembrano inseguire lo stesso modello di sviluppo, basato sull’aumento delle presenze, sull’ampliamento delle strutture ricettive e sulla capacità di attrarre visitatori.
Qui, il turismo può certamente rappresentare una risorsa, soprattutto quando valorizza l’escursionismo, le produzioni locali, il patrimonio culturale e le esperienze legate alla natura, ma non può diventare l’unica ragione per cui un territorio continua a esistere.
E non solo: trasformare ogni valle in una destinazione turistica potrebbe comportare nuovi consumi di suolo, pressione sulle risorse idriche, aumento del traffico e infrastrutture pensate per sostenere picchi di presenze concentrati in pochi periodi dell’anno. Ciò significa invertire l’ordine delle priorità: prima una montagna vivibile per chi la abita, poi una montagna accogliente per chi la visita.
Insomma, dai castagneti ai boschi di Cantedoldo agli alpeggi, rimane una sensazione precisa: il rischio delle montagne italiane è che venga meno quella presenza umana quotidiana che ha contribuito per secoli a costruire e mantenere il paesaggio.
Se da un lato è necessario raccontare la bellezza dei piccoli borghi per impedirne l’abbandono, dall’altro rimane l’urgenza di preoccuparsi delle difficoltà di chi ci vive davvero. È facile innamorarsi di un castagneto recuperato, di una baita tra i prati o di un mulino che continua a funzionare, ma è molto meno facile garantire le risorse e i servizi necessari perché tutto questo non torni a essere abbandonato nel giro di pochi anni.
Il lavoro di questa comunità mostra una sola direzione possibile: la necessità di mettere insieme piccoli comuni che da soli avrebbero poche risorse, recuperare edifici e paesaggi senza consumare nuovo territorio, affidarsi a competenze tecniche, proteggere i boschi e, nello stesso tempo, costruire opportunità economiche per chi li abita.
Pensiamoci bene: un territorio non si salva soltanto rendendolo più bello, ma anche e soprattutto rendendo possibile continuare a viverci.
Se vuoi approfondire:
- Consorzio Forestale Valle Averara
- Associazione Castanicoltori Averara – Castagneto Aureo e recupero dei muri a secco
- FSC Italia – LIFE ClimatePositive – Gestione forestale responsabile e servizi ecosistemici
- SPACE-NEST – Rigenerazione degli spazi rurali e collaborazione europea
