100 anni di Istat: come è cambiato il rapporto degli italiani con la natura fino a oggi

Quasi 1,9 milioni di impianti fotovoltaici, un’economia che produce il 73,4% del proprio valore aggiunto nei servizi e città che, tra il 2006 e il 2023, hanno contato in media 49 notti tropicali all’anno. È l’Italia che entra nell’anno del Centenario dell’Istat: meno fabbrica, più terziario, emissioni produttive in calo e molto più caldo tra i palazzi.
Nel 1995 l’industria generava circa il 30% del valore aggiunto nazionale; nel 2024 la sua quota era scesa al 24,8%. Nello stesso periodo i servizi sono passati dal 68,2 al 73,4%. Poi ci sono il 2022 e il 2023, gli anni con la temperatura media più alta nei capoluoghi di regione dall’inizio della serie, nel 1971.
Il Rapporto annuale 2026 mette insieme i pezzi di una trasformazione che procede a strappi: i pannelli solari si moltiplicano, i consumi energetici tornano a salire, le città piantano alberi e intanto accumulano giorni estivi. La natura ha smesso di fare da sfondo. Adesso compare nei conti, nei termometri e nelle notti passate sopra i 20 gradi.
L’Italia ha cambiato mestiere
La sola manifattura è passata dal 19,6% del valore aggiunto nel 1995 al 16,5% nel 2024. Una perdita di peso che riguarda anche il lavoro. Tra il 2007 e il 2024 la quota della manifattura sull’occupazione, misurata in unità di lavoro equivalenti a tempo pieno, è diminuita di 3,3 punti percentuali, fermandosi al 14,1%. Nello stesso periodo la forza lavoro manifatturiera si è ridotta del 16,9%.
L’industria in senso stretto ha perso quasi 700 mila unità di lavoro. Sanità e assistenza sociale ne hanno guadagnate quasi mezzo milione; le attività professionali, scientifiche e tecniche e i servizi di alloggio e ristorazione oltre 400 mila ciascuno.
Anche la formula della “potenza industriale” esce dai dati con qualche graffio. Nel 2025 il Pil reale italiano superava quello del 2007 di appena l’1,9%. Tra il 2007 e il 2024 il valore aggiunto manifatturiero in volume si è contratto del 7,5%, mentre in Germania è cresciuto di oltre il 10%. La trasformazione ha alleggerito una parte della pressione esercitata direttamente sull’ambiente. Ha anche spostato altrove produzioni, posti di lavoro e relative emissioni. I conti diventano più verdi; la faccenda, guardata oltre i confini nazionali, è un po’ meno ordinata.
Le emissioni scendono, almeno nei conti italiani
Nel 2024, secondo i dati provvisori del Rapporto Istat, l’industria generava ancora oltre il 60% delle emissioni climalteranti delle attività produttive. L’intensità raggiungeva circa 407 tonnellate di CO2 equivalente per milione di euro di valore aggiunto, contro le 52 tonnellate dei servizi: quasi otto volte tanto.
Tra il 2008 e il 2024 le emissioni di gas serra delle attività produttive sono diminuite del 39%. La riduzione dipende dall’impiego di tecnologie meno inquinanti, dal minore consumo di energia per unità di valore aggiunto e dalla crescita dei settori meno emissivi. La nuova composizione dell’economia ha contribuito da sola a ridurre le emissioni del 9,7%. Mantenendo invariata la struttura produttiva, il calo si sarebbe fermato al 29,3%.
La cautela è nello stesso Rapporto: questi conti misurano le emissioni dirette generate dai produttori residenti. Quando un bene viene fabbricato all’estero e poi importato, anche la pressione ambientale legata alla sua produzione si trasferisce altrove. L’atmosfera, purtroppo, non legge il codice doganale.
I dati più recenti confermano, almeno nel breve periodo, una dinamica di disaccoppiamento tra crescita economica e pressione ambientale. Nel 2024 il Pil è aumentato dello 0,8%, mentre i consumi energetici sono diminuiti dello 0,5% e le emissioni climalteranti del 2,8%. L’intensità delle emissioni è scesa da 221 tonnellate per milione di euro di Pil nel 2022 a 199 nel 2024.
Le città si scaldano e la pioggia cambia passo
La serie climatica relativa ai 21 capoluoghi di regione parte dal 1971. Da allora sono aumentate sia la temperatura media annua sia la variabilità delle precipitazioni. Dal 1997 le anomalie termiche rispetto al periodo climatico 1981-2010 sono state positive in tutti gli anni, con le sole eccezioni del 2005 e del 2010.
Nel 2022 e nel 2023 la temperatura media dei capoluoghi ha raggiunto circa 16,6 °C, il valore più alto dall’inizio della serie. Il riferimento climatico del trentennio 1981-2010 è di 14,9 °C. Anche la distribuzione delle piogge è diventata più irregolare. Dalla metà degli anni Novanta le oscillazioni annuali sono aumentate e tra il 2020 e il 2023 sono state registrate quattro anomalie negative consecutive. Il 2022 è risultato uno degli anni meno piovosi dell’intera serie.
Tra il 2000 e il 2024 l’Istat ha contato 86 eventi di alluvione o allagamento nei capoluoghi di regione. Il numero sale a 188 considerando le 69 città comprese nella rilevazione.
Nel periodo 2006-2023, nei capoluoghi esaminati si sono registrati in media 114 giorni estivi e 49 notti tropicali all’anno. Una notte viene classificata come tropicale quando la temperatura media non scende sotto i 20 °C: una definizione tecnica per quella sensazione molto meno tecnica di non riuscire a dormire.
Rispetto al trentennio climatico di riferimento, la media del periodo mostra 13 giorni estivi e 11 notti tropicali in più. Nel 2023 lo scarto è salito rispettivamente a 28 giorni e 22 notti, con aumenti diffusi in quasi tutti i capoluoghi di regione.
Quasi metà dell’elettricità è rinnovabile
Nel 2024 le fonti rinnovabili hanno prodotto 134,358 TWh, pari al 49,6% della produzione lorda italiana di elettricità. L’idroelettrico ha fornito il 36,2% dell’energia rinnovabile e il fotovoltaico il 26,8%. Gli impianti fotovoltaici sono quasi triplicati in dieci anni: erano 687.759 nel 2015 e sono diventati 1.875.870 nel 2024. La produzione solare è cresciuta del 56,9% e la potenza installata del 95,8%.
Tra il 2015 e il 2024 il consumo interno lordo di energia è diminuito del 10,2%. Il 2024 ha però interrotto la discesa dei due anni precedenti: i consumi finali sono aumentati dell’1,4%, quelli di gas naturale del 2,1% e quelli di energia elettrica dell’1,8%. I pannelli, dunque, crescono dentro un sistema che continua a chiedere energia. La transizione avanza; i consumi non si sono messi educatamente ad aspettarla.
Il verde contato e quello in cui possiamo entrare
Nelle città la natura è diventata anche un’infrastruttura contro il caldo. Nel 2024 i capoluoghi disponevano complessivamente di oltre 590 chilometri quadrati di verde urbano, pari al 3% del loro territorio e a 33,7 metri quadrati per abitante. La quantità effettivamente aperta e accessibile ai cittadini scende a 15,9 metri quadrati per abitante. Il verde contabilizzato, insomma, non coincide sempre con quello in cui si può entrare, camminare o cercare ombra.
Gli interventi di forestazione urbana completati o avviati interessavano 68 capoluoghi, contro 32 nel 2013. La superficie coinvolta ha raggiunto quasi 16 milioni di metri quadrati, con un aumento del 35% in undici anni. Tra il 2015 e il 2024 è diminuito anche il potenziale inquinante delle automobili circolanti. Il rapporto tra vetture a medio o alto potenziale inquinante e quelle a medio o basso potenziale è calato di 56,8 punti. Il ricambio del parco resta più lento nei capoluoghi del Mezzogiorno.
L’agricoltura 4.0 è ancora per pochi
Nel 2024 l’Istat ha realizzato la prima Indagine multiscopo sulle aziende agricole, raccogliendo informazioni su innovazione, pratiche ambientali, uso dell’acqua e gestione della siccità. La classificazione costruita attraverso 178 indicatori mostra un settore ancora prudente. Il 49,4% delle aziende viene definito “statico”, con investimenti limitati e scarsa propensione all’impiego delle tecnologie. Un altro 32,5% è “in evoluzione”, ma non considera ancora l’innovazione una priorità.
Nel complesso, l’81,9% delle aziende mantiene un approccio conservativo. Le imprese considerate innovatrici rappresentano il 18,1%; quelle “avanzate”, con investimenti e strategie molto superiori alla media, appena il 2,7%.
La dimensione conta. Le aziende che innovano sono meno del 15% tra le più piccole, quasi il 27% tra quelle medie e circa il 40% tra le più grandi. Pesa anche il ricambio generazionale: l’età media degli addetti sfiora i 63 anni nelle aziende statiche e scende sotto i 52 anni in quelle più avanzate.
La capacità di innovare nei campi passa anche da competenze, dimensioni aziendali e persone che possano continuare a lavorarci. Nel 2024 crescono i pannelli fotovoltaici, la forestazione urbana e anche i consumi finali di energia. La transizione è cominciata. Il termometro era partito prima.
Fonte: Istat
