Salerno, scoperto l’antico teatro romano cercato per generazioni: era sotto il Monastero di San Benedetto

A Salerno la storia ha scelto uno dei suoi posti preferiti per complicare le cose: il sottosuolo. Sotto la Chiesa di San Benedetto, nel centro storico, tra muri letti per anni in un modo e poi guardati con occhi diversi, sono stati identificati i resti dell’antico teatro romano della città. Un edificio cercato a lungo, immaginato dagli studiosi, inseguito dentro ipotesi e ricostruzioni, rimasto finora senza una collocazione certa.
La scoperta arriva dai livelli ipogei del complesso di San Benedetto, dove alcune strutture murarie semicircolari erano state interpretate in passato come parte di un battistero. Le nuove indagini, condotte da un gruppo di ricerca dell’Università degli Studi di Salerno, hanno invece permesso di riconoscere in quelle murature la cavea, cioè l’area delle gradinate destinata agli spettatori. A guidare il lavoro è stata l’archeologa Rosa Fiorillo, con il contributo delle architette Simona Talenti e Sara Antinozzi, impegnate nei rilievi tridimensionali del complesso.
La cavea sotto la chiesa
Quelle architetture curve, rimaste nei sotterranei della chiesa, raccontavano qualcosa di diverso da quanto si era pensato. Il lavoro sui rilievi 3D, insieme all’analisi stratigrafica, ha consentito di distinguere le fasi costruttive, separare gli interventi successivi e riconoscere l’impianto originario dell’edificio teatrale. In mezzo, come spesso accade nei luoghi attraversati da secoli di vita, c’erano anche canalizzazioni e condotte in terracotta inserite in epoche posteriori, capaci di confondere la lettura del sito.
Il dettaglio cambia parecchio. La presenza della cavea restituisce a Salerno un pezzo importante della sua topografia romana, perché un teatro antico parla sempre della forma urbana, dei percorsi, degli spazi pubblici, del rapporto tra architettura e vita collettiva. Qui il dato pesa ancora di più, perché si trova sotto uno dei luoghi più stratificati della città, in un’area dove il passato romano, quello longobardo e quello medievale si sono sovrapposti senza chiedere permesso a nessuno.
San Benedetto, strato dopo strato
Il complesso di San Benedetto ha una storia lunga e piuttosto movimentata. Si trova nell’area dell’antico Orto Magno, in una zona strategica della città, legata anche all’acquedotto. La chiesa viene fatta risalire tra il VII e il IX secolo e fu probabilmente ampliata nell’XI secolo, quando Alfano, abate di San Benedetto, divenne arcivescovo di Salerno nel 1057. L’atrio del monastero e Castel Terracena poggiano sulle fortificazioni longobarde di Arechi II, della seconda metà dell’VIII secolo.
Poi la storia ha continuato a cambiare funzione agli spazi, come si cambia stanza quando la casa diventa stretta. Nel 1807 il monastero fu soppresso e trasformato in caserma. Pochi anni dopo la chiesa diventò teatro San Gioacchino e poi, tra il 1815 e il 1845, Real Teatro di San Matteo. Il cortocircuito è quasi perfetto: una chiesa che nell’Ottocento venne usata come teatro e che oggi rivela, sotto di sé, le tracce di un teatro molto più antico.
Le indagini recenti hanno aperto anche altre piste. Nei sotterranei sono stati segnalati ambienti ancora poco conosciuti, un lungo cunicolo alle spalle dell’abside, tracce di affreschi conservati su alcune murature e porzioni di pavimentazione in riggiole di terracotta. Tutti elementi che indicano una lunga serie di riusi, adattamenti, trasformazioni. Il teatro romano di Salerno riemerge quindi dentro una trama fitta, fatta di muri che hanno continuato a servire scopi diversi, anche quando il loro primo significato era ormai diventato invisibile.
La città rimessa a fuoco
Per l’archeologia urbana, scoperte di questo tipo hanno un valore particolare. Raramente consegnano una scena pulita, pronta da fotografare e archiviare. Più spesso obbligano a rimettere mano alla mappa mentale di una città, a capire come un edificio antico sia stato inglobato, tagliato, riusato, frainteso. A Salerno accade proprio questo: il riconoscimento della cavea offre una nuova chiave per leggere l’impianto romano e il modo in cui le epoche successive hanno costruito sopra, accanto, dentro.
Il ruolo dei rilievi tridimensionali è stato centrale perché ha permesso di osservare con maggiore precisione l’andamento delle murature e il rapporto tra i diversi livelli. La tecnologia, in questo caso, ha fatto una cosa molto concreta: ha tolto polvere da una forma. Ha aiutato a vedere una curva per quello che poteva essere, a separare un’aggiunta posteriore da una struttura più antica, a trasformare un’ipotesi in una lettura archeologica più solida.
Resta adesso il lavoro più lungo, quello meno vistoso: studiare, proteggere, rendere comprensibile. Il teatro romano di Salerno riappare sotto una chiesa che già da sola basterebbe a raccontare secoli di trasformazioni. La città, intanto, scopre che una parte della sua scena più antica era ancora lì, sotto i piedi, paziente e storta come sanno esserlo le cose rimaste al buio per troppo tempo.
Fonte: UNISA – Comune di Salerno
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