L’Odissea di Christopher Nolan nella bufera: ti spiego perché il popolo Sahrawi chiede di boicottare il film

salute-benessere

C’è un piccolissimo dettaglio che potrebbe passare inosservato, nell’esatto momento in cui in migliaia si preparano a vedere The Odyssey, il nuovo kolossal di Christopher Nolan (con Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway e Charlize Theron, per dirne alcuni). Una parte del film è stata girata a Dakhla, nel Sahara Occidentale. E quindi?

Quello che non tutti sanno è che si tratta di un territorio che le Nazioni Unite continuano a considerare non autonomo e il cui status è al centro di una delle dispute più lunghe e irrisolte al mondo. Nel suo ultimo rapporto, il Segretario generale dell’ONU ha evidenziato che gli osservatori dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani non possono accedere all’area dal 2015 e che continuano ad arrivare denunce di intimidazioni, sorveglianza e discriminazioni ai danni della popolazione Sahrawi, in particolare di chi sostiene il diritto all’autodeterminazione.

Leggi anche: Nell’Odissea gli eroi veri sono le donne: ecco perché (e cosa c’entra il film di Nolan)

Per questo (in Italia il film è uscito giovedì 16 luglio), cineasti, artisti e attivisti Sahrawi hanno lanciato già da settimane un appello al boicottaggio, accusando il regista britannico di aver contribuito – anche se indirettamente – a normalizzare un’occupazione che dura da quasi cinquant’anni.

Di fatto, le spettacolari dune di Dakhla sono diventate il paesaggio perfetto per raccontare il viaggio di Ulisse, ma per il popolo Sahrawi quel deserto è terra contesa e non di certo un set cinematografico.

ONU sahara

@ONU

Dopo il ritiro della Spagna nel 1975, il Marocco assunse il controllo della maggior parte del Sahara Occidentale, mentre il Fronte Polisario, che rivendica l’indipendenza del territorio, ne amministra una parte. Ancora oggi le Nazioni Unite considerano il Sahara Occidentale uno degli ultimi territori non decolonizzati al mondo e continuano a sostenere il diritto all’autodeterminazione del popolo Sahrawi.

Secondo gli organizzatori del FiSahara (il Festival Internazionale del Cinema del Sahara Occidentale, chiamato anche “la Cannes del deserto”, il cui scopo è usare il cinema per “intrattenere, trasmettere conoscenza e dare potere ai rifugiati dal Sahara Occidentale”), girare un film in un territorio occupato senza riconoscerne il contesto politico rischia di trasformare lo stesso cinema in uno strumento di legittimazione dell’occupazione. Una posizione condivisa anche da numerosi artisti e personalità internazionali che hanno chiesto alla produzione di rimuovere le scene girate a Dakhla.

Il ruolo del Marocco e gli incentivi al cinema

La scelta di Dakhla non sarebbe stata soltanto artistica. Negli ultimi anni il Marocco ha investito molto per attirare le grandi produzioni internazionali, offrendo consistenti incentivi economici e crediti d’imposta. Secondo diverse ricostruzioni, Odissea avrebbe beneficiato anche del sostegno del fondo cinematografico nazionale marocchino, mentre il Governo ha presentato il set come un importante successo culturale. Proprio questo, secondo i critici, rende la vicenda ancora più delicata: il cinema rischia di diventare parte di una strategia di promozione internazionale di un territorio il cui status resta oggetto di una controversia aperta.

Finora Christopher Nolan e Universal Pictures non hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche sulle accuse né hanno risposto alle richieste di commento avanzate da diversi media internazionali, tra cui The Guardian. Ma sicuro non è la prima volta che una grande produzione cinematografica venga chiamata a confrontarsi col peso politico delle proprie scelte.

Girare un film significa scegliere, certo, un paesaggio suggestivo, ma anche decidere quali luoghi raccontare e quali storie rendere visibili.

Nel caso dei Sahrawi, può un territorio conteso diventare semplicemente uno sfondo spettacolare, mentre il popolo che lo abita continua a lottare perché la propria storia venga ascoltata? È una domanda che riguarda il cinema, ma anche il turismo, la cultura e il nostro modo di guardare il mondo. Dal momento che ogni paesaggio ha una storia, scegliere di raccontarne solo una parte significa, inevitabilmente, lasciare fuori tutte le altre.

Fonte: FiSahara

Autore articolo: Germana Carillo