Allarme scorte per i farmaci (per il blocco di Hormuz): paracetamolo e antibiotici potrebbero scarseggiare quest’estate

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Il blocco dello Stretto di Hormuz non colpisce solo le pompe di benzina. Secondo Farmindustria, il comparto farmaceutico europeo potrebbe trovarsi in seria difficoltà già a partire dall’estate, con carenze concrete di medicinali di uso quotidiano — paracetamolo, antibiotici, antidiabetici — e persino di farmaci oncologici, la cui produzione dipende in larga misura da precursori petrolchimici che transitano proprio per quello stretto.

Il terzo shock in quattro anni

A lanciare l’allarme è Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, intervenuto a Roma all’evento “Innovazione, Investimenti, Competenze. L’industria farmaceutica come asset prioritario del Made in Italy“, organizzato in occasione della Giornata Nazionale del Made in Italy promossa dal MIMIT.

La guerra in Iran rappresenta il terzo shock consecutivo in quattro anni, dopo l’Ucraina e la crisi del Mar Rosso, che questa volta colpisce logistica, energia e costi di produzione tutti insieme. Le proiezioni parlano di aumenti complessivi superiori al 20%, da sommare all’incremento del 30% già registrato dal 2021 a oggi. In un sistema a prezzi amministrati, queste variazioni ricadono interamente sulle aziende.

I rincari riguardano tutta la filiera: +25% sull’alluminio, +25% sul vetro, +15% sugli ingredienti attivi. L’alluminio non viene estratto in Europa ma arriva da Cina, India e Australia. Ogni crisi energetica innesca accaparramenti che riducono i volumi disponibili, con margini di manovra sempre più stretti per chi cerca di diversificare l’approvvigionamento.

Scorte a termine e dipendenza dall’Asia

Sul fronte delle scorte la situazione è, per ora, gestibile. Le aziende dispongono generalmente di stock sufficienti per alcuni mesi, il punto critico è la dipendenza strutturale da Cina e India per il 74% dei principi attivi. Una vulnerabilità già emersa durante la pandemia Covid e che ogni crisi geopolitica torna a rendere acuta. Se il conflitto non dovesse risolve in tempi brevi, il rischio di limitazioni nelle forniture in Europa e in Italia diventerebbe davvero concreto. Il Centro Studi Confindustria prevede una crescita italiana a zero se la guerra dovesse durare fino a giugno, e una recessione dello -0,7% se il conflitto si prolungasse fino al quarto trimestre.

Il fattore americano: il principio MFN

A complicare ulteriormente il quadro c’è la politica farmaceutica degli Stati Uniti. Il 12 maggio 2025, l’amministrazione Trump ha firmato un ordine esecutivo che introduce il principio della Most Favored Nation (MFN): i prezzi dei farmaci negli USA vengono allineati al livello più basso registrato negli altri paesi avanzati. Una misura che, secondo Cattani, sta ridefinendo gli equilibri globali del settore, attirando verso gli Stati Uniti flussi di investimento stimati in 400 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. Il rischio speculare per l’Europa è una perdita di circa 100 miliardi di euro di investimenti nello stesso periodo.

Cosa chiede l’industria italiana

Il tema non è nuovo. Già nell’aprile del 2025, in un incontro separato tra il Ministro del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) Adolfo Urso e Farmindustria presso la Chiesi a Parma, in occasione della Giornata del Made in Italy, le priorità erano state messe nero su bianco. Per Urso:

La farmaceutica rappresenta al meglio ciò che si intende per #MadeinItaly e ciò che vorremmo che fosse: identità e innovazione. Siamo già intervenuti in sede europea perché l’Europa sia più consapevole di come sostenere il settore, strategico per la salute, attraverso una revisione delle direttive in corso. In un contesto globale così complesso, occorre scegliere responsabilmente, tutelando il mercato europeo dalla concorrenza sleale e realizzando una politica industriale sostenibile, capace di incentivare l’innovazione, la ricerca e la competitività delle nostre imprese”.

Cattani aveva insistito sulla necessità di

Una strategia che punti a una radicale riforma della governance della spesa farmaceutica pubblica, con un finanziamento adeguato e l’introduzione di nuovi modelli basati sul valore delle cure, per migliorarne l’accesso, e ad azioni per aumentare la competitività delle imprese e attrarre gli investimenti, in linea con la positiva azione che il MIMIT sta mettendo in campo.

Un anno dopo, con la crisi di Hormuz sullo sfondo, quelle stesse richieste tornano con urgenza rinnovata e il margine per rimandare si è ormai assottigliato.

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Autore articolo: Marco Crisciotti