“Backrooms”, il film horror record di incassi ci mette di fronte alla paura di perderci (senza più punti di riferimento)

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Un ronzio elettrico monocorde, moquette consumata color ocra e pareti giallastre che si estendono verso l’infinito. Il debutto cinematografico di Backrooms, distribuito nelle sale italiane da I Wonder Pictures, ha scosso profondamente il mercato internazionale diventando il miglior incasso di sempre per la rinomata casa di produzione A24, superando persino pellicole attesissime come Marty Supreme.

Diretto dallo YouTuber e regista ventenne Kane Parsons – noto online come Kane Pixels – l’opera adatta sul grande schermo la celebre leggenda metropolitana nata nei forum di internet nel 2019. Ma al di là dei brividi e dell’impeccabile estetica found-footage anni Novanta, il lungometraggio funziona come uno specchio spietato della psiche contemporanea. La vera minaccia non risiede in mostri sanguinari, bensì nell’architettura stessa del vuoto.

Il paradosso del controllo totale e il terrore dello spazio infinito

Il successo travolgente della pellicola poggia su un cortocircuito sociologico di straordinaria attualità. Viviamo immersi nell’era della geolocalizzazione perenne, un’epoca dominata da mappe satellitari, tracciamenti GPS costanti e algoritmi predittivi che pianificano ogni nostra singola interazione con il mondo circostante.

In questo scenario di sorveglianza e comfort digitale, l’universo distorto di Backrooms elimina brutalmente ogni bussola geografica o logica spaziale. Il noclip – l’improvviso glitch tecnico che fa sprofondare il protagonista Clark, interpretato da Chiwetel Ejiofor, al di fuori del tessuto della realtà tangibile – scaraventa lo spettatore in un labirinto geometricamente impossibile. Sperimentiamo così l’angoscia profonda di perdere il controllo nell’era del controllo totale, riscoprendo il panico atavico di un vuoto che nessuna tecnologia può mappare o addomesticare.

La sindrome della vita sospesa e lo specchio dell’ansia della Generazione Z

Le stanze deserte e i corridoi industriali della pellicola parlano direttamente alle vulnerabilità della Generazione Z, traducendo visivamente una cronica sindrome della vita sospesa. I giovani d’oggi si trovano a fare i conti con un panorama storico dominato dalla precarietà lavorativa, dalla crisi climatica e da identità sociali sempre più fluide e prive di ancoraggi solidi. In quest’ottica, le geometrie ripetitive e alienanti del film riflettono perfettamente un’ansia esistenziale generazionale, materializzando un non-luogo privo di uscite d’emergenza o di un futuro definibile.

Accompagnato dai dialoghi terapeutici con la dottoressa Mary, interpretata da Renate Reinsve, il viaggio all’interno della struttura svela la grande verità del cinema horror moderno: il vero mostro contemporaneo è l’incertezza stessa, l’assenza di coordinate che trasforma la quotidianità in una trappola immobile.

Dalla cameretta al grande schermo

La genesi dell’opera rappresenta di per sé una rivoluzione per l’industria della settima arte. Kane Parsons ha iniziato a plasmare questa complessa mitologia transmediale a soli quindici anni, realizzando cortometraggi autoprodotti al computer per il suo canale YouTube prima di essere notato dal produttore James Wan.

Questo passaggio dai video web a un budget milionario dimostra la potenza delle narrazioni nate dal basso. Muovendosi sulle tracce concettuali di saggi di culto come Exit Reality di Valentina Tanni o di serie televisive psicologiche del calibro di Severance, Parsons ha compreso che gli spazi liminali ci spaventano perché decontestualizzano il familiare.

Rimasticando la realtà attraverso codici che ricordano le allucinazioni dell’intelligenza artificiale, la pellicola consacra una nuova forma di terrore psicologico, dimostrando che non esiste nulla di più spaventoso di un’umanità condannata a vagare nel vuoto dei propri ricordi smarriti.

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Autore articolo: Rebecca Manzi