Bioplastica dal latte, l’idea vincente degli studenti di una scuola di Cisterna di Latina

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Sul banco di un laboratorio scolastico, il latte cambia faccia. Da alimento quotidiano, quello che finisce nel bicchiere a colazione o nella tazza del cappuccino, diventa materia da osservare, manipolare, capire. A Cisterna di Latina una classe di seconda media ha preso un materiale quotidiano, il latte, e lo ha usato per parlare di plastica, riciclo e chimica dei polimeri. Gli studenti della II A della scuola secondaria di primo grado Plinio il Vecchio hanno vinto il Premio Nazionale Federchimica Giovani 2025-2026, categoria Plastica, con il progetto “Plastica 2.0: da rifiuto a risorsa infinita”.

Il lavoro sarà premiato il 14 settembre al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano. Al centro del progetto ci sono un esperimento sulla bioplastica dal latte, un percorso sui materiali polimerici, dati raccolti dagli studenti tramite sondaggi e un confronto con un’azienda del territorio che lavora sul riciclo chimico della plastica.

La plastica spiegata partendo dalla caseina

La parte più concreta del progetto è stata la realizzazione in laboratorio di una bioplastica derivata dalla caseina, la proteina del latte. Trattata con un acido, la caseina può separarsi dalla parte liquida e formare una massa modellabile. È un esperimento didattico abbastanza noto, utile per mostrare come una sostanza organica possa cambiare struttura e comportamento attraverso una reazione chimica. La plastica dalla caseina, del resto, ha una storia precedente alla plastica moderna e in passato è stata usata per piccoli oggetti come bottoni, pettini e accessori.

Nel caso della Plinio il Vecchio, però, l’esperimento serviva soprattutto a far vedere cosa sono le macromolecole e perché la parola “plastica” raccoglie materiali molto diversi tra loro. La plastica resta comoda, resistente, economica, presente ovunque. Proprio per questo diventa complicata quando deve essere raccolta, separata, riciclata o sostituita. Mettere le mani su un materiale aiuta a capirlo meglio di una definizione imparata a memoria.

Il progetto, coordinato dalla professoressa Patrizia Montelli, ha unito Scienze ed Educazione civica. Gli studenti hanno costruito anche un poster digitale in forma di giornalino, con contenuti multimediali accessibili tramite QR code e dati statistici raccolti attraverso sondaggi preparati dagli stessi alunni. Una scelta utile, perché il tema della plastica riguarda anche le abitudini: cosa compriamo, come differenziamo, quanto sappiamo davvero dei materiali che usiamo ogni giorno.

Il confronto con il riciclo chimico del PET

Nel percorso è entrata anche la Plasta Rei di Cisterna, azienda attiva nel riciclo chimico del PET. Gli studenti hanno potuto confrontarsi con Luana Sanna, esperta dell’azienda, e avvicinarsi a un tema che di solito resta fuori dall’aula: cosa succede alla plastica dopo l’uso.

Il PET è uno dei materiali più diffusi negli imballaggi alimentari, soprattutto bottiglie e contenitori. Il riciclo meccanico ha limiti noti: a ogni passaggio il materiale può perdere qualità e diventare meno adatto ad alcuni utilizzi. Il riciclo chimico prova a intervenire più a monte, riportando il polimero a componenti utilizzabili per ottenere nuovo materiale con caratteristiche più vicine alla plastica vergine. La tecnologia è interessante, anche se va valutata sempre su scala industriale, con attenzione a costi, consumi energetici e impatto complessivo.

Per una classe di scuola media, questo collegamento con il territorio rende il lavoro meno astratto. Da una parte c’è la bioplastica ottenuta dalla caseina in laboratorio. Dall’altra ci sono impianti, filiere, brevetti, materie prime seconde e plastica post-consumo. Due livelli diversi, messi nello stesso percorso senza confonderli.

Perché il progetto ha senso a scuola

Il Premio Federchimica Giovani nasce per avvicinare le scuole primarie e secondarie di primo grado alla chimica e alle discipline STEM. La categoria Plastica chiede agli studenti di ragionare su materiali, usi, impatto e innovazione. In questo caso il lavoro della II A ha tenuto insieme laboratorio, ricerca, comunicazione e territorio.

La Plinio il Vecchio aveva già ottenuto un riconoscimento nell’edizione 2022-2023, nella sezione Chimica di base, con il progetto “Zolfo”. Questa nuova vittoria mostra una continuità nel modo di lavorare: esperimenti, osservazione, strumenti digitali usati per documentare, contatti con realtà produttive locali.

Il punto più interessante resta la misura. La bioplastica dal latte non diventa la soluzione al problema globale della plastica. È un modo per capire che i materiali hanno una storia chimica, un ciclo, un costo, un possibile riuso. E che parlare di sostenibilità a scuola funziona meglio quando si parte da qualcosa che si può vedere, toccare, sbagliare, rifare.

La II A ha vinto partendo da una domanda semplice: cosa può diventare un materiale che conosciamo già? Il latte, in questo caso, ha fatto il resto. Anche perché la chimica, quando esce dal libro, tende a farsi ricordare.

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Autore articolo: Ilaria Rosella Pagliaro