Boom di mamme “equilibriste”, costrette a scegliere fra carriera e famiglia: in Italia lavora solo il 58,2% delle donne con figli piccoli

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Le equilibriste siamo, quelle che mettiamo la pentola sul fuoco mentre inviamo l’ennesimo curriculum. Le equilibriste siamo noi, che facciamo la spesa alle 7 del mattino e incastriamo pilates e pappe e asili e sogni chiusi nel cassetto. Siamo noi che concentriamo due lavori perché uno non basta o che invece al lavoro ci rinunciamo del tutto. Perché quel rapporto, brutale e invisibile ai più, tra maternità e lavoro continua a pesare eccome su occupazione, reddito e carriera.

Lo dice chiaro e tondo l’undicesima edizione del rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026” diffuso a pochi giorni dalla Festa della Mamma ed elaborato dal Polo Ricerche di Save The Children.

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In Italia ha un impiego poco meno del 60% delle madri con figli in età prescolare e per la prima volta si registra un peggioramento della situazione lavorativa in tutte le regioni del Paese, dove la child penalty, la penalizzazione associata alla maternità, è pari al 33%.

Il report

La maternità in Italia oggi è ancora un percorso complesso, diseguale e spesso penalizzante, caratterizzato da un profondo scarto tra il desiderio di avere figli e la possibilità concreta di realizzarlo. Di fatto, l’Italia vive una crisi demografica strutturale da quasi mezzo secolo. Secondo i dati più recenti snocciolati dal dossier:

  • il tasso di fecondità è al minimo storico: nel 2025 si è attestato a 1,14 figli per donna, ben al di sotto della soglia di sostituzione (2,1) necessaria per il ricambio generazionale
  • calo delle nascite: nel 2025 i nati sono stati circa 355.000, con una riduzione del 3,9% rispetto all’anno precedente
  • maternità tardiva: l’età media al parto è salita a 32,7 anni. Rispetto agli anni ‘70, la nascita del primo figlio si è spostata in avanti di circa sette anni, trasformando la maternità da un evento della prima età adulta a una fase della vita pienamente matura

La Child Penalty

La Child Penalty (o penalità per la genitorialità) è l’insieme degli svantaggi occupazionali, retributivi e di carriera che colpiscono le donne in modo duraturo dopo la nascita di un figlio. Una frattura silenziosa che segna le carriere femminili e che, ancora oggi, resta uno dei principali motori delle disuguaglianze di genere nel lavoro.

I numeri raccontano una realtà difficile da ignorare:

  • nel 2025 il tasso di occupazione delle madri tra i 25 e i 54 anni si ferma al 63,2%
  • mentre quello dei padri vola al 92,8%

La penalizzazione legata alla maternità in Italia è stimata attorno al 33% e pesa da sola per circa il 60% del gender gap occupazionale nazionale. Non si tratta di una fase temporanea o di una semplice battuta d’arresto: la nascita di un figlio modifica in modo strutturale le traiettorie lavorative femminili, mentre quelle maschili restano sostanzialmente stabili o, in alcuni casi, migliorano.

Le conseguenze si riflettono anche sugli stipendi. Nel settore privato le madri possono subire perdite salariali fino al 30%, contro circa il 14% nel pubblico. A cambiare non è soltanto il reddito, ma l’intero equilibrio professionale: avanzamenti rallentati, carriere interrotte, maggiore precarietà e riduzione dell’autonomia economica.

Per molte donne, inoltre, la maternità coincide con l’uscita dal mercato del lavoro o con il passaggio obbligato al part-time. Tra le madri della Generazione Z, tra i 20 e i 29 anni, il tasso di inattività raggiunge il 59,8%, contro appena il 6,2% dei coetanei padri. E il part-time, spesso presentato come soluzione di conciliazione, raramente è una scelta libera: riguarda il 32,6% delle madri contro il 3,5% degli uomini.

Dietro questi dati non ci sono solo carenze di servizi o rigidità del mercato del lavoro, ma anche un modello culturale che continua ad attribuire alle donne il peso principale della cura familiare. Non a caso, la child penalty emerge anche nelle famiglie adottive, segno che la radice del problema non è biologica, ma sociale.

La consapevolezza di questo rischio è ormai diffusa tra le stesse giovani donne: quasi una su due teme che avere un figlio possa compromettere il proprio futuro professionale. Tra le ragazze tra i 18 e i 24 anni la percentuale sale fino al 65%.

In un Paese che continua a interrogarsi sul calo delle nascite, il nodo resta sempre lo stesso: senza lavoro stabile, servizi adeguati e una reale condivisione della cura, la maternità continua a trasformarsi in un fattore di disuguaglianza.

Squilibri territoriali e sociali

Le disuguaglianze si accentuano in base alla geografia e al titolo di studio:

  • divario Nord-Sud: Nel Mezzogiorno, il tasso di occupazione delle madri con figli minori scende sotto il 50% (45,7% contro il 73,1% del Nord). Molte giovani donne istruite del Sud sono costrette a migrare al Nord o all’estero per trovare condizioni favorevoli alla maternità, depauperando ulteriormente il Meridione
  • istruzione: l’occupazione cresce nettamente con il titolo di studio: lavora solo il 37,7% delle madri con licenza media, contro l’85,4% delle laureate

Il carico mentale: la fatica invisibile

Il rapporto definisce il carico mentale come l’insieme delle attività cognitive, organizzative ed emotive necessarie per garantire il funzionamento quotidiano della casa e della famiglia. A differenza del lavoro esecutivo (l’azione materiale), il carico mentale riguarda tutto ciò che lo precede:

  • dimensione cognitiva: il compito di ricordare, prevedere e anticipare i bisogni di ogni membro della famiglia
  • dimensione manageriale: la pianificazione, l’organizzazione e il coordinamento delle varie attività familiari.
  • dimensione emotiva: la preoccupazione costante per il benessere altrui, la responsabilità affettiva e il senso di colpa che insorge se qualcosa non funziona come dovrebbe.

Si tratta di una responsabilità “attiva” e invisibile che impegna costantemente tempo, attenzione ed energie mentali, anche quando non si sta compiendo un’azione pratica.

Le politiche pubbliche e i servizi

C’è, in tutto questo, una strategia organica e lungimirante? Beh, leggendo i dati del rapporto, sembra proprio di no:

  • asili nido: l’offerta è in aumento ma resta insufficiente e frammentata. La media nazionale di presa in carico (0-2 anni) è del 31,6%, ma con divari enormi: oltre il 40% al Centro e meno del 20% al Sud
  • misure temporanee: strumenti come il “Bonus Mamme” o decontribuzioni una tantum sono considerati poco incisivi per scelte di lungo periodo come la natalità. Viene raccomandata invece una riforma strutturale dei congedi parentali (più paritari e meglio retribuiti) e un potenziamento dell’assegno unico universale

In quali Regioni si vive meglio?

Sulla base del Mothers’ Index 2026 (riferito ai dati del 2025) contenuto nel rapporto, per la prima volta dopo tre anni, l’Emilia-Romagna ha superato la Provincia Autonoma di Bolzano, posizionandosi al primo posto.

  1. Emilia-Romagna (AMPI: 110,115)
  2. Provincia Autonoma di Bolzano
  3. Valle d’Aosta
  4. Toscana
  5. Lombardia
  6. Provincia Autonoma di Trento
  7. Umbria
  8. Piemonte
  9. Lazio
  10. Marche
  11. Liguria
  12. Veneto
  13. Friuli-Venezia Giulia
  14. Abruzzo
  15. Sardegna
  16. Calabria
  17. Molise
  18. Campania
  19. Basilicata
  20. Puglia
  21. Sicilia

In un Paese che continua a interrogarsi sul calo delle nascite, il nodo resta sempre lo stesso: senza lavoro stabile, servizi adeguati e una reale condivisione della cura, la maternità continua a trasformarsi in un fattore di disuguaglianza.

QUI il rapporto completo.

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Autore articolo: Germana Carillo