Centinaia di persone in fila per il krapfen più virale sulle Dolomiti: abbiamo trasformato la montagna in un trend da provare

Sale l’altitudine, si assottiglia l’aria, ma il silenzio delle vette scompare sotto il brusio di una serpentina umana che attende pazientemente il proprio turno. Al rifugio Friedrich August, incastonato a oltre duemila metri tra il Col Rodella e il Passo Sella in Val di Fassa, la gente non si incolonna per contemplare un tramonto o respirare la solitudine dei pascoli, bensì per addentrare i denti in un krapfen alla crema.
A immortalare questa follia collettiva è stato un video diffuso dal profilo Instagram di Tiziano Tito HD Panisi. La montagna, storicamente intesa come spazio irriducibile alla frenesia umana, subisce una metamorfosi radicale: viene impacchettata, brandizzata e servita su un piatto d’argento come una qualsiasi attrazione da parco a tema.
Il turismo d’algoritmo e la natura addomesticata
Il fenomeno va ben oltre la golosità di chi fa la coda. Risponde alle ferree leggi del turismo d’algoritmo, dove la scelta di un’escursione non nasce da un impulso geografico o introspettivo, ma da un feed di TikTok o da un reel di Instagram progettato per massimizzare il tempo di attenzione. In questo meccanismo perverso, le Dolomiti smettono di essere un ecosistema fragile e selvaggio da approcciare con rispetto e discrezione.
Diventano invece una quinta scenica, un fondale altamente fotogenico ed edulcorato, funzionale unicamente alla validazione sociale del visitatore. Non si viaggia più per esplorare un territorio autentico, ma per collezionare un trofeo visivo e poter affermare ai propri follower di essere stati nel punto esatto suggerito dalla piattaforma.
La trasformazione del paesaggio in prodotto di consumo
Questa spettacolarizzazione della natura pone quesiti urgenti sul futuro delle vallate alpine e sul significato profondo della salvaguardia ambientale. Quando la politica di promozione turistica e gli strumenti di marketing spingono masse indiscriminate verso un unico punto panoramico, l’ambiente subisce una pressione insostenibile.
Il rischio reale è l’addomesticamento delle vette: la biodiversità, l’erosione dei sentieri e il traffico d’alta quota vengono sistematicamente ignorati in nome del guadagno immediato e dell’engagement. Convertire la sacralità delle cime in un catalogo di prodotti “da non perdere” significa mortificare l’essenza stessa della natura, soffocandone la dimensione selvaggia sotto una coltre di omologazione di massa.
La perdita dell’imprevisto e la caccia alla cartolina perfetta
In questo scenario preconfezionato, la vera sconfitta è la morte del viaggio inteso come avventura, scoperta e imprevisto. Chi parte con uno smartphone in mano cerca disperatamente di sovrapporre la propria esperienza reale all’immagine ideale già vista e memorizzata sul display. Il contatto visivo diretto con la vallata viene costantemente filtrato dalla fotocamera, svuotando il momento presente della sua magia irripetibile. Ci si ritrova così tutti incolonnati lungo lo stesso tracciato, a scattare la medesima inquadratura e a ripetere i medesimi gesti. Il paesaggio si priva del suo mistero e il turista si priva della capacità di stupirsi di fronte all’inaspettato.
Riscoprire il senso del limite per salvare le cime
L’esigenza urgente non è demonizzare chi cede alla tentazione di assaggiare un bombolone in quota, ma ridefinire con decisione il nostro rapporto con la montagna. Amare la natura significa accettarne la ruvidità, gli ostacoli, il silenzio e, soprattutto, la non assoggettabilità alle logiche del consumo d’impulso. Occorre restituire ai territori montani la loro dignità selvaggia, svincolandoli dall’obbligo di dover compiacere a tutti i costi gli algoritmi social. Solo riscoprendo la lentezza, la fatica della salita e il fascino dell’esplorazione fuori dalle rotte tracciate dai trend virtuali, si potrà salvaguardare ciò che rende davvero unico l’ambiente alpino.
