Come si chiama chi perde un figlio? “Atéfano”, la parola che potrebbe dare un nome al dolore più grande di tutti

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Dare un nome alle cose è il primo atto per viverle appieno. Che sia una gioia bella da condividere o che sia un dolore da elaborare, che sia qualcosa che blocca il respiro o che sia qualcosa che rende liberi. Ogni singola precisa parola serve. Serve a dare un senso quando non lo si trova più, a ragionare, a ripartire, a mettere un punto.

Ogni sentimento ha la sua parola, ogni sensazione che ci attraversa. E, pensateci, anche il silenzio – quello nel quale delle volte siete costretti a chiudervi in attesa che una tempesta passi – quante parole ha? Passano le tempeste ma le parole restano e, almeno, sono servite a nominare quel dolore e a costruirci tutt’attorno il difficile atto della ripartenza. Perché, volenti o nolenti, da qualche parte bisogna pur ricominciare.

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E allora eccolo, forse, il motivo per cui – dopo millenni – anche il dolore più grande e inguaribile di chi perde un figlio avrà un nome.

Come si definisce un genitore che perde un figlio?

Se esistono parole come orfano per chi perde i genitori e vedovo per chi perde il coniuge, l’italiano non ha un termine specifico per indicare una madre o un padre che affrontano la perdita di un figlio. Una mancanza che potrebbe avere ragioni diverse. Per secoli la mortalità infantile è stata molto elevata e perdere un figlio, pur essendo una tragedia immensa, era un evento molto più frequente di oggi. Al tempo stesso, questa condizione non comportava particolari conseguenze giuridiche, a differenza della vedovanza, e quindi – cinicamente – non è mai nato un termine destinato a entrare nell’uso comune.

Ci sarebbe poi un aspetto culturale e simbolico: nella tradizione cristiana il dolore di una madre come Maria ai piedi della Croce è accompagnato dalla speranza della resurrezione. Nella mitologia greca, invece, figure come Niobe, che vede morire tutti i suoi figli, incarnano un dolore senza consolazione e sono diventate il simbolo universale di questa sofferenza. E finora, secondo la Crusca, è possibile che proprio il carattere profondamente “innaturale” della perdita di un figlio abbia contribuito a creare una sorta di tabù linguistico. Del resto, anche molte altre lingue non possiedono una parola condivisa per descrivere questa condizione.

Nel tempo sono stati proposti alcuni neologismi, come defigliato, disfigliato o sfigliato, e in francese è comparso il termine désenfanté. Nessuna di queste parole, però, è riuscita a entrare davvero nell’uso corrente.

“Atéfano”

Arriva dal Piemonte una proposta per colmare questo vuoto della lingua italiana. Sarebbe “atéfano” ed è il neologismo che il Consiglio regionale piemontese ha deciso di promuovere, seguendo l’esempio della Liguria, dove è nata l’iniziativa.

La proposta è stata presentata a Palazzo Lascaris dal vicepresidente del Consiglio regionale del Piemonte, Franco Graglia, insieme ad Angelo Vaccarezza, consigliere della Regione Liguria, la prima istituzione ad aver sostenuto ufficialmente il progetto, nato dall’associazione “Rachele Franchelli – Uno Sguardo Senza Confini”. L’iniziativa, infatti, affonda le sue radici nella storia di Rachele Franchelli, morta nel 2024 a soli 16 anni a causa di un tumore cerebrale. Sono stati i suoi familiari, attraverso l’associazione a lei dedicata, a trasformare un’esperienza di dolore in una proposta culturale e sociale.

L’obiettivo è proprio quello di dare un nome a una condizione che oggi non ne ha uno e ora il neologismo “atéfano” nasce dallo studio dell’etimologia greca: il prefisso privativo a-, da téknon (“figlio”) e -fano da orphanòs (“orfano”, “privo”). Il significato è in sostanza proprio quello di “chi è stato privato del proprio figlio”.

L’Accademia della Crusca ha seguito il percorso di elaborazione del termine, che potrà entrare ufficialmente nei dizionari soltanto se inizierà a diffondersi nell’uso comune. Nel frattempo, il Piemonte si prepara a votare un ordine del giorno per promuoverne l’utilizzo, con il sostegno trasversale delle forze politiche.

Per Silvia Ravera e Gastone Franchelli, madre e fratello di Rachele, dare un nome a questa condizione significa renderla finalmente visibile.

Se “atéfano” entrerà davvero nel linguaggio di tutti sarà il tempo a dirlo. Ma il dibattito aperto da questa proposta ricorda una verità spesso dimenticata: le parole non cancellano la sofferenza, ma possono aiutare a riconoscerla, a condividerla e a far sentire meno sole le persone che la vivono.

Autore articolo: Germana Carillo