Federalismo fiscale, la riforma ci riprova: più Irpef agli enti per superare il no delle Regioni

Alcune riforme fanno giri infiniti e poi ritornano esattamente dove dovrebbero essere. Il capitolo sul federalismo fiscale non si è mai chiuso e risulta un cantiere ancora attivo. Sono passati quindici mesi dall’ultimo tentativo di far approvare il provvedimento della delega fiscale in Conferenza tra Stato ed Enti territoriali. L’obiettivo era sostituire i finanziamenti a Regioni e Comuni con una quota più alta di Irpef.
Il Governo ha modificato la proposta rispetto alla versione mai approvata dal Consiglio dei Ministri nel maggio del 2025. Nonostante i cambiamenti, la strada per l’accordo condiviso è tutta in salita.
Come è strutturato oggi l’Irpef
Attualmente l’Irpef è un’imposta così articolata:
- una quota più consistente, erariale, è riscossa dal Fisco centrale e va direttamente allo Stato;
- una percentuale aggiuntiva è determinata e incassata dalle singole Regioni;
- un’ulteriore aliquota locale è definita dai singoli Comuni.
Con la nuova legge delega il Governo non intende aumentare la pressione fiscale sui cittadini. Punta, invece, a modificare il modo in cui le frazioni vanno a confluire nelle finanze statali o locali.
Attualmente molte funzioni su cui le Regioni e i Comuni hanno competenza sono finanziate direttamente dalla fiscalità centrale. Se si attuasse l’idea federalista del Governo, si avrebbe una sostituzione di questo sistema con una cessione diretta agli Enti locali di una percentuale fissa del gettito Irpef.
La proposta del Governo
Nella bozza risalente alla primavera del 2025 del decreto, la quota principale di Irpef ceduta alle Regioni avrebbe coperto solo il trasporto pubblico locale, per un totale di 5,25 miliardi di euro. Avrebbe riservato alle province l’addizionale sulla Rc Auto, stimata intorno ai 2,1 miliardi.
La nuova divisione aggiungerebbe:
- 424 milioni di euro derivanti dalla quota non sanitaria della compartecipazione Iva;
- 110 milioni di euro annui destinati a coprire il fondo per la fornitura gratuita dei libri di testo;
- 34 milioni di euro all’anno riservati al Fondo unico per il diritto allo studio.
Nonostante il Governo abbia dichiarato il suo impegno a ridefinire le aliquote al mutare del gettito fiscale, Regioni e Comuni hanno comunque dimostrato un importante scetticismo.
Cosa non convince Regioni e Comuni
I governatori delle Regioni non puntano il dito solo contro la cristallizzazione delle cifre derivanti dal gettito Irpef. A preoccupare maggiormente è la clausola di salvaguardia del Governo che, per garantire equilibri di finanza pubblica, si arroga il diritto di ridurre l’aliquota di compartecipazione e lasciare invariati i saldi finali, anche al netto di un possibile aumento dell’imponibile.
Anche i rappresentanti dei Comuni hanno fatto sentire la propria voce. Attualmente il Tpl è gestito dai Comuni, con fondi erogati direttamente dalle Regioni. Il timore è che se le quote Irpef si cristallizzano, le Regioni potrebbero decidere di rifarsi sulle risorse che generalmente i Comuni utilizzano per gestire il trasporto pubblico locale.
Che chance ha il federalismo fiscale con margini così stretti
Il federalismo fiscale, come anche la riforma del Titolo V, è il pomo della discordia nell’equilibrio tra centralizzazione governativa e autonomie territoriali. Inoltre, l’esigenza tecnica di non indulgere in spese che potrebbero ledere il benessere delle finanze pubbliche, limita fortemente i margini di manovra dell’Esecutivo, di fatto lasciandolo senza coperture extra.
Il fermo in Conferenza Unificata però non blocca necessariamente la riforma. Il Governo ha comunque la facoltà di procedere anche in assenza di un’intesa formale. Passati 30 giorni dal confronto, il decreto legislativo può essere approvato in sede di Consiglio dei Ministri, inviando il testo alle commissioni parlamentari competenti prima della scadenza dei termini della delega.
