Giustizia (a metà) per le vittime del Ponte Morandi: dopo 8 anni dal crollo arriva la sentenza di primo grado

Alle 11.36 del 14 agosto 2018 a Genova il tempo si è fermato. Il ponte Morandi si è spezzato in due, trascinando con sé automobili, camion, famiglie, sogni, vite. 43 persone non sono più tornate a casa e da allora la città ha imparato a convivere con un vuoto che nessun ponte nuovo, nessuna sentenza e nessun risarcimento potranno mai colmare.
Oggi, a quasi otto anni da quella tragedia, arriva una delle pagine più attese della vicenda giudiziaria. L’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Giovanni Castellucci, è stato condannato a 12 anni di reclusione per il crollo del ponte Morandi. La Procura aveva chiesto una pena di 18 anni e sei mesi, sostenendo che per anni la sicurezza e la manutenzione sarebbero state sacrificate in favore di logiche economiche e della distribuzione dei dividendi.
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Condannati anche gli ex vertici di Aspi e di Spea. Undici anni per Michele Donferri Mitelli (ex numero tre di Aspi); condanna a 5 anni e sei mesi per Paolo Berti (ex numero due Aspi) e, infine, condanna a cinque anni e sei mesi per Antonino Galatà (ex ad di Spea) per il quale il pm aveva chiesto 7 anni.
Si chiude così uno dei processi più complessi della storia giudiziaria italiana: quasi quattro anni di dibattimento, 284 udienze, 57 imputati, centinaia di testimoni, migliaia di pagine di verbali e oltre 12 terabyte di documenti analizzati. Numeri enormi, che raccontano la portata di un’inchiesta destinata a lasciare un segno profondo nel rapporto tra cittadini, istituzioni e gestori delle infrastrutture.
Ma, ancora una volta, i numeri non bastano, se dietro ogni fascicolo c’è una persona e dietro ogni perizia una famiglia che ha dovuto imparare a convivere con un’assenza. Dietro ogni udienza ci sono genitori, figli, fratelli e amici che per quasi otto anni hanno attraversato le aule del tribunale cercando qualcosa che assomigliasse alla verità.
Secondo la Procura, il disastro non sarebbe stato il frutto di una fatalità, ma il risultato di una lunga catena di omissioni, controlli insufficienti e manutenzioni non adeguate. Accuse pesanti – dall’omicidio colposo plurimo al crollo, passando per falso e attentato alla sicurezza dei trasporti – contestate a dirigenti, tecnici e funzionari coinvolti nella gestione e nella vigilanza dell’infrastruttura.
La sentenza di oggi rappresenta il primo punto fermo di una vicenda che continuerà inevitabilmente anche nei successivi gradi di giudizio, ma che segna già un passaggio fondamentale per i familiari delle vittime e per il Paese. E nel frattempo, Genova ha ricostruito il suo ponte. Il nuovo viadotto, progettato da Renzo Piano, è diventato il simbolo della rinascita della città. Ma sotto quelle campate resta la Radura della Memoria, il luogo che ricorda perché quel ponte esiste: per impedire che ciò che è accaduto venga dimenticato.
Ed è forse questa l’eredità più importante lasciata da quei 43 nomi. Ricordarci che la sicurezza non può mai essere considerata un costo da comprimere e che la manutenzione non è una voce di bilancio, ma un dovere. E che la memoria, da sola, non basta se non diventa responsabilità.
