Il fluoro nei dentifrici fa davvero male?

Circa nove dentifrici su dieci venduti in Europa contengono fluoro, quindi la domanda sorge spontanea: perché negli ultimi anni gli scaffali di negozi e supermercati si sono riempiti di prodotti che sbandierano la scritta “senza fluoro” come fosse un marchio di garanzia?
Il paradosso è tutto qui: la sostanza più studiata e raccomandata dalla comunità odontoiatrica è anche quella che il marketing ha trasformato, agli occhi di molti consumatori, in un ingrediente da evitare. Se dovessimo cercare “fluoro” su internet potremmo facilmente imbatterci in schede di sicurezza allarmanti, perché il fluoro allo stato puro è effettivamente un gas reattivo e corrosivo.
Il punto è che il fluoro impiegato nei dentifrici è un’altra cosa: si tratta di fluoruri, dei composti chimicamente stabili, esattamente come il cloruro di sodio del sale da cucina non ha nulla a che vedere con il cloro gassoso. La confusione tra le due forme è alla radice di buona parte dell’allarme.
Cosa dice la legge
In Europa la quantità di fluoro nei dentifrici non è lasciata al caso, è disciplinata dal regolamento sui cosmetici 1223/2009 che fissa, nel proprio allegato III, un tetto massimo dello 0,15% (1500 ppm), mentre non esiste un minimo obbligatorio, motivo per il quale in commercio convivono prodotti al fluoro e prodotti che ne sono privi, senza che nessuna norma lo vieti. Nei test condotti da Altroconsumo sui dentifrici più diffusi in Italia, la concentrazione di fluoro disponibile è risultata quasi sempre compresa tra 1000 e 1500 ppm, la forbice che dentisti e igienisti considerano efficace contro la carie.
Anche l’acqua del rubinetto rientra spesso nel discorso, di solito a sproposito. In Italia la fluorizzazione artificiale delle reti idriche non esiste: il decreto legislativo 18/2023, che recepisce la direttiva UE 2020/2184, fissa un valore di parametro di 1,5 mg per litro per il fluoruro naturalmente presente nelle rocce del sottosuolo, soglia che nella maggior parte delle reti italiane resta ampiamente disattesa per difetto.
Il verdetto dell’EFSA
Nel luglio 2025 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha pubblicato la valutazione più aggiornata sul fluoro mai realizzata, basata sull’esame di oltre ventimila pubblicazioni scientifiche. La conclusione centrale è netta: per i livelli riscontrati in Europa, l’esposizione complessiva al fluoro resta sotto le soglie di sicurezza per quasi tutta la popolazione, uso corretto del dentifricio compreso. Gli esperti hanno anche smontato un timore molto diffuso, chiarendo che lavarsi i denti nel modo giusto, sputando il prodotto invece di ingerirlo, non fa salire in modo significativo l’esposizione totale. Un’eccezione, però, l’EFSA la individua, e riguarda i bambini tra 4 e 8 anni, che se ingerissero sistematicamente il dentifricio potrebbero sviluppare una lieve fluorosi, cioè uno scolorimento dello smalto sui molari ancora in formazione. Un rischio che, precisano gli stessi ricercatori, si riduce drasticamente quando il bambino impara a sputare correttamente.
Perché i dentisti non transigono sul fluoro
Il motivo per cui l’odontoiatria non ha mai abbandonato il fluoro è tutto nella chimica dello smalto. Ogni volta che mangiamo, i batteri della placca producono degli acidi che erodono l’idrossiapatite, il minerale che compone i nostri denti. Il fluoro si inserisce in quella struttura e la converte in fluorapatite, molto più resistente agli attacchi acidi. Le alternative naturali esistono, idrossiapatite biomimetica in testa, il fatto é che nessuna possa ancora vantare una mole di evidenze cliniche paragonabile. Per i più piccoli, dove il rischio di ingestione è reale perché il riflesso della deglutizione non è ancora maturo, le linee guida del Ministero della Salute indicano le dosi precise: una quantità pari a un chicco di riso fino ai tre anni, la dimensione di un pisello dai tre ai sei, sempre con un adulto a supervisionare la fase di spazzolamento.
Resta il fatto che, per chiunque usi il dentifricio come previsto, la fluorosi è più un’ipotesi da laboratorio che un vero rischio. Il pericolo, semmai, risiede nell’eliminare dalla propria routine l’unico ingrediente di cui l’efficacia contro la carie sia stata dimostrata da decenni di studi.
