Il ghiacciaio si fonde e restituisce due alpinisti scomparsi 34 anni fa sulle Alpi svizzere

salute-benessere

Un escursionista cammina sul ghiacciaio del Trift e trova dei resti umani appena liberati dal ghiaccio. Succede il 26 luglio, sopra Saas-Grund, nel Canton Vallese. Parte il recupero, i resti arrivano all’Istituto di medicina legale dell’Ospedale del Vallese, a Sion, poi il DNA fa il resto. Appartengono a due alpinisti belgi scomparsi nel 1992. Avevano 39 e 41 anni. Sono passati 34 anni.

La Polizia cantonale del Vallese, che ha comunicato l’identificazione il 19 agosto, usa parole molto precise: i corpi erano stati esposti dallo scioglimento del ghiacciaio. Il Trift si è ritirato abbastanza da lasciare scoperto quello che le ricerche degli anni Novanta non erano riuscite a trovare.

ghiacciaio del Trift

©Polizia cantonale del Vallese

Nel 1992 sparirono durante la traversata del Weissmies

Era il 4 settembre 1992. I due uomini erano partiti dalla Weissmieshütte e volevano raggiungere l’Almagellerhütte passando per il Weissmies, una cima che oggi Svizzera Turismo indica a 4.017 metri. Durante il percorso il tempo peggiorò e i due non arrivarono mai al rifugio previsto. Nei mesi successivi furono organizzate diverse ricerche. Venne trovato uno zaino. Di loro, niente.

Il fascicolo è rimasto aperto insieme a molti altri. La polizia del Vallese conserva infatti segnalazioni di persone scomparse dal 1925, in gran parte uomini e donne spariti in alta montagna oppure nei fiumi e nei laghi del Cantone. E nella stessa nota sul Trift aggiunge un dettaglio che ormai compare sempre più spesso nei comunicati di questo tipo: arretrando, i ghiacciai riportano alla luce persone scomparse decenni prima.

È successo anche nell’ottobre 2025 sul ghiacciaio dell’Obergabelhorn, sopra Zinal. Alcuni alpinisti trovarono ossa e oggetti personali durante una salita. Le analisi identificarono un uomo svizzero, nato nel 1969, scomparso insieme a un compagno nel 1994. L’altro era stato ritrovato nel 2000. Per chiudere quel caso erano serviti altri 25 anni e parecchio ghiaccio in meno.

A giugno i ghiacciai svizzeri avevano già finito la neve dell’inverno

Il calendario dei ghiacciai svizzeri quest’anno ha bruciato le tappe. Il 29 giugno 2026, considerandoli nel loro insieme, avevano già consumato la neve accumulata durante l’inverno. Da quel giorno ogni ulteriore litro d’acqua perso con la fusione ha cominciato a intaccare direttamente la massa glaciale.

Gli scienziati svizzeri chiamano quella data Glacier Loss Day. Secondo ProClim, della Swiss Academy of Sciences, nel 2026 è arrivata eccezionalmente presto: soltanto nel 2022, anno di fusione estrema, era caduta prima, il 26 giugno. Tra il 2003 e il 2022 sono già scomparsi circa 200 chilometri quadrati di ghiaccio, una superficie quasi grande quanto il Canton Zugo.

Questo non significa che il caldo del 2026 abbia causato la morte dei due alpinisti, avvenuta 34 anni fa, né permette di attribuire il loro ritrovamento a una singola estate. Significa qualcosa di molto più semplice: oggi c’è meno ghiaccio a coprire il punto in cui erano rimasti. È la stessa distinzione che rende la storia più forte senza doverla caricare di altro.

I numeri di lungo periodo sono già abbastanza. Nel 2025 i ghiacciai svizzeri hanno perso un altro 3% del volume rimasto, il quarto calo annuale più forte dall’inizio delle misurazioni glaciologiche dettagliate negli anni Cinquanta. Negli ultimi dieci anni, dal 2015 al 2025, è scomparso circa il 24% del volume glaciale. E tra gli inventari del 2016 e del 2023 sono spariti completamente 159 piccoli ghiacciai.

Allargando ancora lo sguardo, MeteoSvizzera stima che i ghiacciai alpini del Paese abbiano perso circa il 65% del loro volume dal 1850. Lo zero termico si è spostato verso quote sempre più alte insieme al riscaldamento del clima svizzero, che procede più rapidamente della media globale.

Sul Trift questa trasformazione ha appena avuto una conseguenza molto concreta. Un escursionista ha trovato ciò che nel 1992 era rimasto nascosto alle squadre di ricerca, e un confronto del DNA ha restituito due nomi alle loro famiglie.

Autore articolo: Ilaria Rosella Pagliaro