IMU 2026, dove si paga di più? Italia spaccata in due: a Roma fino a 3.499 euro l’anno, a Palermo nove volte meno

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Tremilaquattrocentonovantanove euro a Roma, trecentonovantuno a Palermo. Stessa imposta, stessa tipologia di immobile, ma un divario che sfiora i tremila euro l’anno e che dipende soltanto dalla collocazione geografica dell’abitazione. È la fotografia che emerge dallo studio sull’IMU del Dipartimento Stato Sociale, Politiche Economiche Fiscali e Previdenziali, Mezzogiorno e Immigrazione della UIL, diretto dal segretario confederale Santo Biondo, diffuso a pochi giorni dall’acconto in scadenza lunedì 16 giugno.

Sulle seconde case la media nazionale si ferma a 979 euro l’anno, un valore che racconta poco di un Paese dove la forbice tra il capoluogo più caro e quello più conveniente arriva a moltiplicare il conto per nove. Dietro Roma – in cui si spendono fino a 3.499 l’anno – si piazza Milano, con 2.957 euro annui (1.479 di acconto), poi Venezia a 2.335, Torino a 1.984 e Firenze a 1.973. Sul versante opposto, dopo Palermo, le città dove l’IMU costa di meno sono Cosenza (395 euro), Enna (460), Gorizia (484) e Caltanissetta (485).

Le case di lusso e la geografia capovolta

Cambia il segmento, cambia la classifica. Sulle abitazioni principali di pregio (le categorie catastali A/1, A/8 e A/9, le uniche prime case su cui l’imposta resta dovuta) al primo posto sale Venezia con 3.001 euro l’anno, davanti a Roma (2.888) e Milano (2.777), a fronte di una media nazionale di 932 euro. Le più convenienti diventano Agrigento (278 euro), seguita da Caltanissetta e Cosenza, entrambe a 385. Un dato, tra le delibere comunali per il 2026, salta all’occhio: il solo comune di Siena ha previsto una riduzione dell’aliquota sulle abitazioni principali di lusso.

Perché queste differenze

Le disuguaglianze, spiega il sindacato, non sono frutto del caso. Pesano i diversi livelli di fabbisogno finanziario degli enti locali e le scelte delle amministrazioni comunali, che nell’IMU trovano una delle principali fonti di finanziamento per garantire i servizi essenziali. Di fronte a bilanci sempre più tirati, la tendenza è quella di mantenere alta la pressione fiscale, spesso, osserva la UIL, senza che ai cittadini arrivino in cambio investimenti visibili in manutenzione urbana, mobilità, sicurezza o tutela dell’ambiente. C’è poi il nodo del catasto, che la stessa Commissione europea ha richiamato nelle sue raccomandazioni dei giorni scorsi: in molte aree urbane le case di pregio continuano a godere di rendite storicamente basse, mentre immobili in zone meno valorizzate dal mercato risultano gravati da valori relativamente più alti. Estimi obsoleti, ormai scollegati dai prezzi reali, che si riflettono non solo sull’IMU ma su tutti i tributi legati al patrimonio immobiliare.

L’imposta, ricorda Biondo, non colpisce solo i grandi patrimoni, riguarda anche lavoratrici, lavoratori e pensionati che hanno investito nel mattone i risparmi di una vita. Da qui la richiesta di una riforma strutturale che rafforzi la progressività, alleggerisca il carico sui redditi da lavoro e da pensione e contrasti l’evasione allargando la base imponibile. Compreso un aggiornamento dei valori catastali che però — avverte il sindacato — non si traduca in aumenti automatici del prelievo. La metodologia dello studio incrocia gli estimi catastali medi di ogni provincia, rivalutati del 5% e moltiplicati per il coefficiente, con le aliquote 2026 estrapolate dalle delibere pubblicate sul portale del Dipartimento delle Finanze. Tra le prime case di lusso e le seconde case, due classifiche quasi speculari, una sola costante: chi possiede a Roma paga sempre, e paga molto.

Fonte: uil.it

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Autore articolo: Marco Crisciotti