La “guerra” nascosta dietro gli allevamenti di salmone: usati oltre 150mila esplosivi per allontanare le foche in Tasmania

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Gli allevamenti di salmone sono da tempo al centro del dibattito per il loro impatto ambientale e per le condizioni in cui vivono i pesci. Ma c’è un altro aspetto, molto meno conosciuto, che riguarda la fauna selvatica: cosa succede quando gli animali che vivono in mare cercano di avvicinarsi alle gabbie dove sono rinchiusi migliaia di salmoni?

Le foche, ad esempio, possono raggiungere gli allevamenti e cercare di predare i pesci. Per tenerle lontane vengono utilizzati diversi sistemi di dissuasione, tra cui anche i cosiddetti “seal crackers”, dispositivi esplosivi che vengono fatti detonare sott’acqua.

E i numeri, resi noti dalle autorità della Tasmania, fanno impressione.

Gli ultimi dati, pubblicati la scorsa settimana dal Department of Natural Resources and Environment Tasmania, mostrano la portata del ricorso a questi strumenti: dal 2016 a giugno 2026, nelle tre principali aziende di allevamento del salmone dello Stato – Huon Aquaculture, Tassal e Petuna – sono stati utilizzati complessivamente 150.488 esplosivi per allontanare le foche.

Si tratta quindi di una pratica che va avanti da circa dieci anni e che, seppure oggi sia meno frequente rispetto al passato, non è ancora scomparsa. Solo nei primi sei mesi del 2026 sono stati utilizzati infatti quasi 1.800 dispositivi: 1.126 da Huon Aquaculture, 551 da Tassal e 120 da Petuna.

Ma cerchiamo di capire meglio cosa sono e perché vengono utilizzati. I cosiddetti seal crackers sono dispositivi che vengono fatti esplodere sott’acqua, a una certa distanza dagli animali, producendo un forte rumore e un lampo che dovrebbero spaventarli e indurli ad allontanarsi.

Il loro utilizzo è legato al fatto che le foche riescono talvolta a raggiungere le gabbie dove sono allevati i salmoni, arrivando a mordere i pesci attraverso le reti, entrare nei recinti o danneggiare le strutture. Per gli allevatori, queste incursioni rappresentano quindi un rischio per i salmoni e per l’integrità degli impianti.

Tassal, una delle aziende coinvolte, ha riferito al Guardian che negli ultimi tre anni le foche hanno avuto accesso alle gabbie circa 1.100 volte. Nel 2025, secondo i dati dell’azienda, le incursioni sono però diminuite del 26% rispetto all’anno precedente.

Per cercare di impedire questi accessi vengono utilizzati diversi sistemi di dissuasione. Nei primi mesi del 2026 Tassal ha utilizzato anche 31 proiettili “bean bag”, munizioni contenenti pallini di piombo rivestiti di tessuto.

I danni per le foche

Questo è uno degli aspetti più delicati della vicenda. I seal crackers non sono progettati per colpire fisicamente le foche, ma per allontanarle attraverso il forte rumore e il lampo provocati dall’esplosione sott’acqua. Il loro funzionamento si basa quindi proprio sulla capacità di spaventare l’animale e provocarne la fuga.

Il loro utilizzo è ovviamente molto controverso. La RSPCA Australia segnala infatti che i seal crackers possono provocare stress e paura nelle foche, oltre a un possibile danno all’udito. Se utilizzati in modo scorretto, inoltre, possono causare anche lesioni fisiche agli animali.

Il problema delle interazioni tra foche e allevamenti, tra l’altro, non si esaurisce nei deterrenti. Dal 2021 sono morte 48 foche negli allevamenti di salmone della Tasmania, secondo i dati governativi riportati a settembre 2026. Nei primi sei mesi del 2026 si sono registrati quattro decessi: due foche sono rimaste intrappolate nelle gabbie, una è morta dopo essere stata colpita da una barca e un’altra durante un tentativo di sedazione e trasferimento.

È importante però non confondere questi dati con gli effetti dei seal crackers: le 48 morti non sono attribuite agli esplosivi, ma comprendono diverse tipologie di interazione tra gli animali e le attività di acquacoltura. Il dato restituisce quindi un quadro più ampio del conflitto tra la fauna selvatica e gli impianti, nel quale i deterrenti rappresentano soltanto uno degli strumenti utilizzati per tenere le foche lontane dalle gabbie.

C’è poi un’altra questione da considerare: quanto sono realmente efficaci questi sistemi nel lungo periodo?

Le evidenze disponibili sull’utilizzo dei deterrenti acustici negli allevamenti ittici mostrano infatti risultati variabili. Una revisione della Scottish Animal Welfare Commission ha rilevato che in alcune situazioni questi dispositivi possono riuscire ad allontanare le foche, mentre in altre gli animali possono abituarsi al rumore o riuscire a superarlo quando sono fortemente motivati dalla presenza di cibo.

Il rapporto evidenzia quindi che la loro efficacia non è uniforme e che questi strumenti non possono essere considerati, da soli, una soluzione definitiva al problema delle interazioni tra foche e allevamenti.

In altre parole, si tratta di sistemi pensati per creare uno stimolo abbastanza forte da spingere l’animale ad allontanarsi, ma che non eliminano la causa del conflitto: la presenza dei salmoni all’interno delle gabbie continua infatti ad attirare le foche.

Per questo, più che affidarsi soltanto a sistemi capaci di spaventarle, le strategie sul benessere animale puntano sempre più sull’esclusione fisica, cioè su reti e strutture progettate per impedire alle foche di raggiungere i salmoni e ridurre così la necessità stessa di ricorrere ai deterrenti.

Le alternative agli esplosivi

A questo punto la domanda è: invece di cercare nuovi modi per spaventare le foche, si può fare in modo che non riescano a raggiungere i salmoni?

Secondo la RSPCA Australia, la priorità dovrebbe essere proprio l’esclusione fisica, attraverso reti più resistenti e sistemi di protezione delle gabbie sia sopra sia sotto la superficie dell’acqua. L’obiettivo è impedire alle foche di raggiungere i salmoni e ridurre così la necessità di ricorrere ai deterrenti.

Se però una foca riesce comunque a entrare, la RSPCA indica di darle innanzitutto la possibilità di uscire spontaneamente, anche abbassando alcune parti della rete per facilitarne la fuga. Solo quando queste misure non sono sufficienti, si può valutare il ricorso a un deterrente.

Ma questo porta a un’altra questione: sostituire gli esplosivi con un diverso tipo di deterrente significa davvero eliminare il problema? Non necessariamente. Esistono, ad esempio, gli Acoustic Deterrent Devices (ADD), che utilizzano suoni molto intensi per allontanare le foche. Anche questi sistemi, però, possono avere effetti sui mammiferi marini e la loro efficacia non è sempre costante.

La Scottish Animal Welfare Commission ha rilevato infatti che, in alcune situazioni, le foche possono abituarsi al rumore o tornare nell’area, soprattutto quando sono fortemente motivate dalla presenza di cibo. L’alternativa agli esplosivi, quindi, non è necessariamente un altro suono: la soluzione più efficace è intervenire prima, impedendo alle foche di arrivare alle gabbie.

Per questo, più che trovare un modo sempre nuovo per spaventarle, la strada indicata dalla RSPCA è ridurre alla fonte la possibilità che il conflitto si verifichi, investendo in reti, strutture e sistemi di esclusione più efficaci. L’obiettivo, in prospettiva, è diminuire progressivamente la necessità di utilizzare qualsiasi tipo di deterrente.

Il vero problema è a monte

Alla fine, però, la questione non riguarda soltanto quale sia il modo meno invasivo per allontanare una foca. Il problema nasce a monte, dall’idea stessa di allevare milioni di salmoni in gabbie immerse direttamente nel mare, creando una concentrazione artificiale di prede che inevitabilmente attira i predatori selvatici.

E le criticità degli allevamenti di salmone non riguardano soltanto le foche. La stessa RSPCA Australia riconosce diversi problemi di benessere per i pesci allevati, legati tra l’altro alla densità, alla qualità dell’acqua, alle frequenti manipolazioni, al trasporto e alla macellazione. Sul fronte ambientale, l’Environment Protection Authority della Tasmania segnala inoltre gli effetti che gli allevamenti marini possono avere sul fondale e sulla qualità dell’acqua a causa degli scarti di mangime e delle deiezioni.

E così quello che appare come un problema di foche che entrano nelle gabbie è in realtà il risultato di un conflitto creato dall’uomo: da una parte animali selvatici che cercano una fonte di cibo facilmente accessibile, dall’altra migliaia di pesci concentrati in strutture immerse nel loro stesso habitat.

Forse, quindi, la domanda non dovrebbe essere soltanto come trovare un modo sempre più efficace per spaventare le foche, ma come ripensare un sistema di allevamento che crea questo conflitto.

Fonte: Department of Natural Resources and Environment Tasmania

Autore articolo: Francesca Biagioli