La siccità nascosta dietro il nostro piatto: così allevamenti e agricoltura intensiva stanno prosciugando i territori

salute-benessere

La siccità viene spesso raccontata attraverso immagini ormai familiari: fiumi in secca, raccolti in difficoltà, razionamenti idrici. Ma dietro la crescente scarsità d’acqua c’è un altro fattore: il modo in cui produciamo il cibo.

Che agricoltura e allevamenti dipendano dall’acqua è un dato assodato. Negli ultimi decenni, però, l’aumento delle produzioni intensive, la diffusione di colture fortemente irrigue e la progressiva perdita di fertilità dei terreni hanno aumentato la pressione su una risorsa che il cambiamento climatico rende sempre più incerta. La Giornata mondiale contro la desertificazione e la siccità, promossa dalle Nazioni Unite e dedicata quest’anno al tema dei pascoli (“Pascoli: riconoscere. Rispettare. Ripristinare“) offre l’occasione per osservare il legame tra sistema alimentare, consumo idrico e salute del suolo.

Acqua sempre più scarsa

I numeri mostrano una tendenza che riguarda anche l’Italia. Secondo i dati ISPRA, nel 2025 la disponibilità di risorsa idrica rinnovabile nazionale è stata pari a circa 128 miliardi di metri cubi, oltre il 7% in meno rispetto alla media storica e circa il 19% in meno rispetto all’anno precedente. Contemporaneamente continua ad aumentare il consumo di suolo. Il Rapporto SNPA 2025 segnala che nel 2024 quasi 84 chilometri quadrati sono stati coperti da nuove superfici artificiali, il dato più elevato dell’ultimo decennio. Sono fenomeni che si alimentano a vicenda. Quando il terreno viene impermeabilizzato o perde sostanza organicamente, diminuisce la sua capacità di assorbire e trattenere l’acqua piovana. Una parte maggiore delle precipitazioni defluisce rapidamente e diventa meno disponibile nei periodi più secchi.

Il costo nascosto dei mangimi

Una quota significativa delle superfici agricole europee e mondiali è destinata alla produzione di mangimi per gli allevamenti. Mais, soia e altre colture destinate all’alimentazione animale richiedono spesso irrigazione intensiva, fertilizzanti e trattamenti chimici che incidono pesantemente sul consumo di risorse naturali. Per comprendere l’impatto degli allevamenti sull’acqua bisogna guardare soprattutto a questa fase della filiera. Gran parte dell’impronta idrica della produzione animale non deriva infatti dall’acqua bevuta dagli animali, ma da quella necessaria per coltivare il cibo destinato ad alimentarli. In molte aree del Mediterraneo, una delle regioni più esposte agli effetti della crisi climatica, questa pressione si somma alla diminuzione delle precipitazioni e all’aumento delle temperature.

Perché il suolo fa la differenza

Desertificazione non significa soltanto avanzata delle aree aride. Gli organismi internazionali utilizzano questo termine per indicare anche il progressivo degrado dei terreni causato da erosione, perdita di sostanza organica e impoverimento della biodiversità. Un terreno ricco di vita biologica funziona come una riserva naturale di acqua. Al contrario, un suolo degradato diventa meno capace di assorbire le piogge e più vulnerabile alle ondate di calore. Da qui l’attenzione crescente verso pratiche agricole capaci di migliorare la fertilità. Secondo studi citati da FederBio e realizzati da The Organic Center, i terreni gestiti con metodo biologico presentano livelli di sostanza organica superiori del 13% e una capacità di accumulo stabile del carbonio superiore del 44% rispetto ai sistemi convenzionali. “Dove il suolo perde sostanza organica e biodiversità, ogni siccità diventa più grave; dove invece viene curato con pratiche agroecologiche, torna a trattenere acqua, ospitare vita e immagazzinare carbonio“, osserva Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio.

Una questione che riguarda tutti

La sfida della siccità non si gioca soltanto nella gestione dell’emergenza. Riguarda il modo in cui vengono coltivati i campi, la tutela dei pascoli, il consumo di suolo e l’organizzazione delle filiere alimentari. Per questo la lotta alla desertificazione non interessa soltanto agricoltori e istituzioni ma coinvolge, direttamente, la sicurezza delle produzioni agricole, la disponibilità futura di una risorsa essenziale come l’acqua e le scelte che, ogni giorno, portiamo nel nostro piatto.

Fonte: Ispra

Autore articolo: Riccardo Liguori