La UE sanziona nuovamente Google: 2 maxi-multe per un totale di 890 milioni di euro

Tempi bui per Google, visto che dopo la maxi multa per il caso Android di cui avevamo parlato ad inizio luglio, Bruxelles torna a colpire, e lo fa con un bersaglio ancora più ampio. Le sanzioni riguardano il cuore stesso del motore di ricerca ed il negozio digitale che milioni di europei usano quotidianamente. La Commissione europea ha adottato due decisioni di non conformità nei confronti dell’azienda di Mountain View nel quadro del Digital Markets Act, la legge che dal 2022 prova a tenere a bada i cosiddetti “gatekeeper” del digitale. Il conto, questa volta, è di 890 milioni di euro.
Due multe, due accuse distinte
La prima sanzione, da 460 milioni, riguarda Google Search. Secondo Bruxelles il colosso avrebbe dato un trattamento di favore ai propri servizi (shopping, hotel, trasporti, sport) rispetto a quelli dei concorrenti, mostrandoli in posizioni più prominenti, oppure con degli elementi grafici e dei filtri riservati solo ai prodotti di casa. Una pratica che il Dma vieta esplicitamente, perché i cosiddetti “gatekeeper” devono applicare condizioni di ranking trasparenti, eque e non discriminatorie, qualunque sia il servizio in gioco.
La seconda multa, da 430 milioni, colpisce invece le regole del Play Store. Qui il nodo è quello che gli addetti ai lavori chiamano anti-steering, ossia la possibilità, per gli sviluppatori di app, di indirizzare liberamente gli utenti verso dei canali di acquisto alternativi, magari più economici, senza dover pagare commissioni sproporzionate a Google. La Commissione, nel testo della decisione, riconosce che Google possa percepire un compenso per aver facilitato l’acquisizione iniziale di un cliente, ma osserva che l’entità delle commissioni e la durata del periodo di addebito abbiano superato quanto ritenuto compatibile con la normativa.
Sessanta giorni, non uno di più
Google dovrà ora porre fine alle violazioni riscontrate, e prodigarsi affinché vi siano, nell’ordine, un trattamento equo per i servizi terzi nei risultati di ricerca, e libertà per gli sviluppatori di promuovere le proprie offerte anche fuori dal Play Store. Il termine fissato è di 60 giorni; qualora l’azienda non si adegui, rischia sanzioni periodiche fino al 5% del fatturato mondiale complessivo, una soglia che, vale la pena ricordarlo, andrebbe a pesare su un gruppo che genera ricavi annuali per centinaia di miliardi.
Il vicepresidente della Commissione Teresa Ribera ha parlato di misure “decisive ma equilibrate”, sottolineando che i prodotti migliori dovrebbero imporsi perché sono migliori, non perché appartengono ai gestori del motore di ricerca. Sulla stessa linea il commissario alla Sovranità tecnologica Henna Virkkunen, secondo cui Google avrebbe danneggiato le imprese concorrenti negando loro pari visibilità su Search e impedito agli sviluppatori di proporre offerte più vantaggiose ai clienti su Play Store. Bruxelles riconosce comunque che l’azienda abbia già avviato test su alcune modifiche, sia nella presentazione dei servizi gratuiti su Search sia nelle regole di indirizzamento su Play, giudicandole come dei passi avanti che continuerà a monitorare. Resta aperto, infine, il capitolo più delicato, quello di AI Overviews e AI Mode, su cui la Commissione ha preso atto delle proposte dell’azienda senza ancora sciogliere il nodo.
La replica di Google
Da Mountain View la lettura è opposta. Kent Walker, a capo degli affari globali di Google e Alphabet, ha dichiarato che l’applicazione del Dma “continua a danneggiare i prodotti d’uso quotidiano”, costringendo l’azienda a rimuovere funzionalità di ricerca in tempo reale molto apprezzate (dai prezzi istantanei alla disponibilità diretta per hotel e voli) e a smantellare protezioni di sicurezza su Play. Per Walker non si tratterebbe di concorrenza leale, quanto di un degrado del prodotto imposto da un ristretto gruppo di ricorrenti. La società non ha ancora sciolto la riserva sul ricorso: le decisioni odierne concludono l’indagine aperta il 25 marzo 2024, ma potranno essere impugnate davanti alla giustizia europea.
Nel frattempo la vicenda si intreccia con un altro dossier, quello dei rapporti commerciali tra Washington e Bruxelles, con l’amministrazione Trump ha più volte accusato l’Ue di prendere di mira le big tech americane, minacciando ritorsioni tariffarie. Google, dal canto suo, resta il gatekeeper con il conto più salato mai emesso sotto il Dma, un record che lo pone davanti a Meta e Apple, sanzionate nel 2025 rispettivamente per 200 e 500 milioni di euro.
