Le radici dei giganteschi alberi del Paleozoico crescevano “al contrario”, come piccoli germogli sotterranei

Prima di diventare carbone, certi paesaggi erano foreste. Paludi calde, dense, piene di tronchi altissimi e piante che oggi sembrerebbero quasi fuori scala, come se qualcuno avesse provato a disegnare un bosco partendo da un’idea sbagliata di albero. Tra quei giganti del Paleozoico c’erano le licofite arboree, lontane parenti delle piccole piante che oggi conosciamo come licopodi e isoeti. Nomi come Sigillaria e Lepidodendron appartengono a quel mondo lì: organismi capaci di raggiungere decine di metri di altezza nel tardo Carbonifero, quando vaste zone paludose avrebbero poi lasciato la materia organica da cui si sono formati molti depositi di carbone.
La sorpresa, stavolta, arriva da sotto. Da quelle strutture fossili chiamate Stigmaria, i calchi degli assi sotterranei di questi alberi antichissimi. A guardarli dall’esterno sembrano reperti quasi ordinati: superfici segnate da file di piccole cavità tonde o ovali, ciascuna lasciata dal punto in cui un tempo partiva una radichetta sottile. Per decenni sono stati fondamentali per capire che le paludi carbonifere erano foreste cresciute sul posto, con alberi radicati nel terreno e non ammassi trasportati dall’acqua. Restava però una domanda molto più sottile: quelle radici crescevano davvero come le radici che conosciamo oggi?
Dentro la pietra
La risposta è arrivata guardando nei fossili senza romperli. I ricercatori hanno usato la microtomografia computerizzata a raggi X, una tecnica simile alla TAC medica, ma spinta a una scala molto più fine. In pratica, il fossile viene attraversato da raggi X da molte angolazioni; materiali diversi assorbono la radiazione in modo diverso; poi un computer ricompone migliaia di immagini e costruisce un modello tridimensionale dell’interno. Così la pietra diventa leggibile senza essere tagliata, limata, consumata.
Lo studio, pubblicato su Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences, ha analizzato tre fossili di Stigmaria conservati in modo particolarmente buono. Da quelle scansioni sono nati veri e propri fossili virtuali, modelli digitali che permettono di “sfogliare” l’interno del reperto e seguire i canali collegati alle piccole radici laterali. Il dettaglio decisivo stava proprio lì, nella posizione in cui quei rami sotterranei prendevano forma.
Nelle piante moderne siamo abituati a pensare alle radici come a strutture che spingono verso il basso, guidate da meccanismi di crescita molto riconoscibili. Uno dei protagonisti è l’auxina, un ormone vegetale coinvolto nello sviluppo, che nelle radici tende a fluire verso l’apice e contribuisce a orientare la crescita. Nelle Stigmaria, invece, il quadro emerso dalle scansioni va in un’altra direzione. I piccoli assi laterali comparivano vicino alla punta in crescita dell’asse principale, secondo una disposizione molto più simile a quella dei germogli.
Radici con testa da ramo
Dire che queste radici crescevano “al contrario” funziona, purché si capisca bene il senso. Non significa immaginarle mentre puntano verso il cielo come radici ribelli uscite da un cartone animato. Il ribaltamento riguarda il modo in cui si organizzava la crescita. La punta della Stigmaria produceva nuovi assi laterali con una logica vicina a quella dei germogli, più che a quella delle radici comuni. Una radice con comportamento da ramo, infilata sotto terra a fare un lavoro da radice. Abbastanza strano, sì. E molto più interessante della solita immagine dell’albero antico messo lì solo per fare scena.
Gli stessi ricercatori parlano di un meristema apicale, cioè il tessuto di crescita all’estremità della struttura, con caratteristiche tipiche dei germogli delle piante vascolari. Questo mette in discussione l’idea, data spesso per scontata, che lo sviluppo radicale debba sempre seguire il modello dell’auxina diretta verso l’apice. In queste licofite arboree del Carbonifero, il sistema sembra aver sperimentato un’altra architettura: una struttura sotterranea nata probabilmente da un asse simile a un fusto e poi adattata alla funzione di radice.
Il punto più delicato sta proprio qui. Le Stigmaria potrebbero rappresentare un tipo particolare di organo radicale, diverso dalle radici delle licofite viventi. Le piante attuali, anche quando conservano parentele lontane con quei giganti del Paleozoico, non sono copie in miniatura di quel mondo. La storia evolutiva ha preso altre strade, ha perso certe soluzioni, ne ha raffinate altre. Questi fossili mostrano un esperimento antico: un modo di stare nel terreno che oggi non vediamo più nelle piante vive.
Serve comunque cautela. Le scansioni riguardano pochi fossili e, per ora, una sola specie di licofita arborea. Per capire se lo stesso schema valesse per altri alberi delle paludi carbonifere serviranno nuovi reperti, nuove immagini, altri confronti. Però la strada è aperta: molti calchi fossili considerati comuni potrebbero conservare ancora dettagli interni abbastanza buoni da raccontare qualcosa di nuovo. Non solo la forma esterna della pianta, ma il modo in cui cresceva, si ramificava, occupava il suolo.
Questa è la parte più bella della paleobotanica quando smette di sembrare una materia da vetrina polverosa. Un fossile apparentemente semplice, una radice pietrificata con piccoli buchi in fila, può cambiare il modo in cui immaginiamo un’intera foresta. Quegli alberi non erano soltanto enormi. Erano strani in profondità, anche sotto la superficie. Letteralmente.
