L’Islanda dice un’altra volta NO all’Unione Europea: il referendum popolare si chiude con un netto 52,8% a favore dello stop ai negoziati

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L’Islanda dice di nuovo NO all’Unione Europea, e stavolta lo dicono i cittadini. Nella piccola isola del Nord Atlantico il referendum popolare di ieri 29 agosto non lascia spazio a dubbi: con il 52,8% i cittadini islandesi fermano di nuovo il governo, confermando di non voler fare parte dell’UE.

L’Islanda e l’Unione Europea

L’Islanda è membro Spazio economico europeo (SEE), entrato in vigore il 1° gennaio 1994 e che unisce in un unico mercato comune i Paesi dell’Unione europea e tre nazioni dell’Associazione europea di libero scambio (Norvegia, Svezia e appunto Islanda). Per questo è allineata in parte alla regolamentazione dell’UE, ma non ne ha mai fatto parte.

Nel 2009, il piccolo Paese insulare – allora guidato da un governo di sinistra – presentò la domanda di adesione. I negoziati iniziarono nel 2010, ma furono sospesi tre anni dopo a seguito delle elezioni parlamentari: un governo di centro-destra ritirò infatti la domanda nel 2015.

Dopo le elezioni parlamentari del 2024, il nuovo governo di coalizione formato dall’Alleanza Socialdemocratica, dal Viðreisn (Partito Liberale Riformista) e dal Partito Popolare si è accordato per indire un referendum entro il 2027, sebbene il Partito Popolare non sostenesse direttamente l’adesione.

Il governo era stato molto chiaro: la consultazione del 29 agosto aveva come unico obbiettivo verificare la posizione dei cittadini sulla possibilità di riprendere i negoziati. Solo in caso di maggioranza del sì, e in caso di negoziati favorevoli, sarebbe stato proposto un nuovo referendum per l’adesione vera e propria.

Il referendum del 29 agosto 2026

Ma il popolo ha detto NO: con un’affluenza alle urne del 82.52%, il 52.84% dei cittadini islandesi ha votato per la non ripresa dei negoziati. Che quindi non ci saranno. Secondo i primi dati, il SÍ avrebbe vinto solo in due colleghi della capitale Reykjavik.

Una sconfitta piuttosto netta della campagna per il SÍ indetta dall’attuale governo. Che quindi, ora, potrebbe essere in difficoltà.

Fonti: RUV / Ólafur Ragnar Grímsson/X

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Autore articolo: Roberta De Carolis