“Naza”, il docufilm sul sistema di sterminio di Gaza (raccontato dai soldati israeliani) scuote Venezia e riceve 25 minuti di applausi

“Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile”. È così che è nato NAZA. Ed è un colpo al cuore.
È l’ultimo documentario in concorso alla 83esima Mostra del Cinema di Venezia firmato da Yuval Abraham e Rachel Szor (due dei registi del collettivo che ha vinto l’Oscar per No other land nel 2025). E alla proiezione veneziana il pubblico ha risposto con 25 minuti di applausi: un tempo lunghissimo, quasi lo stesso che fu riservato l’anno scorso al documentario su Hind Rajab (mi chiedo, a questo punto, cosa mai accade dopo che si spengono i riflettori. E una risposta ce l’ho anche: ci si dimentica di tutto).
Con NAZA (prodotto anche dal The Guardian), Yuval Abraham e Rachel Szor hanno scelto deliberatamente di non alzare la voce, cercando qualcosa di diverso: le parole, solo quelle di 24 ufficiali e operatori dell’intelligence israeliana che, protetti dall’anonimato, hanno deciso di raccontare dall’interno i meccanismi terribili della guerra a Gaza iniziata dopo il 7 ottobre 2023.
Volti nascosti, voci alterate, una terrazza notturna di Tel Aviv come unico scenario. Sopra di loro il cielo attraversato da droni e aerei militari e, tutt’intorno, la vita quotidiana continua: finestre illuminate, persone che cenano, che fanno yoga, che preparano la giornata successiva.
A pochi chilometri di distanza, un’altra realtà, nel bel mezzo di un contrasto che inevitabilmente rende il film davvero disturbante: la normalità che convive con la distruzione.
Una parola che diventa un simbolo
Nel linguaggio militare, secondo quanto raccontato nel documentario, “NAZA” indica le casualties of war, le vittime civili considerate come conseguenza di un’operazione. Una parola tecnica, quasi neutra, ma dietro la quale ci sono intere famiglie, bambini. Case.
Il film mette al centro proprio questo cortocircuito: il modo in cui un sistema può trasformare vite umane in numeri, percentuali, margini di errore e uno degli aspetti più inquietanti raccontati dagli intervistati riguarda l’utilizzo di sistemi tecnologici, AI e algoritmi nei processi di individuazione dei bersagli. La guerra descritta da NAZA appare come un meccanismo in cui la distanza tra chi decide e chi subisce diventa sempre più grande. Una guerra osservata da uno schermo e che, nelle parole di uno degli intervistati, assomiglia esattamente a un videogioco.
La forza del documentario sta anche nella scelta di non trasformare gli intervistati in personaggi da giudicare o assolvere. Non sono figure pentite che cercano una redenzione, ma persone che descrivono un sistema del quale hanno fatto parte, raccontando procedure, ordini, responsabilità distribuite. Tutto in una specie di catena di decisioni in cui ognuno può dire: ho fatto ciò che era previsto, ciò che il sistema chiedeva.
E qui il film apre la sua domanda più dolorosa: dove finisce l’obbedienza e dove comincia la responsabilità individuale?
Il lavoro di Abraham e Szor nasce da una convinzione precisa: alcune cose devono continuare a essere raccontate, soprattutto quando il mondo rischia di smettere di ascoltare. Poi però una domanda non dovremmo mai smetterla di porcela: come possiamo continuare a vivere normalmente davanti alla sofferenza degli altri?
