Nucleare, Ponte e Tav entro il 2033: Salvini ha le date pronte! Visione ambiziosa o utopica propaganda?

Il 2032 e il 2033, nella dichiarazione di Matteo Salvini, diventano due numeri da giocare “sulla ruota di Roma e di Milano”. Lo dice lui stesso, mentre mette nella stessa frase nucleare, Tav, Brennero e Ponte sullo Stretto. Entro quel biennio, secondo il suo racconto, l’Italia dovrebbe ritrovarsi con il primo chilowattora da nucleare, il primo treno veloce tra Torino e Lione, il collegamento ferroviario stabile tra Messina e Reggio, il Brennero in funzione e un pezzo di futuro vicino all’osso.
Praticamente il Superenalotto delle infrastrutture. Con bonus energia pulita e corridoio Palermo-Helsinki in omaggio. Nel suo intervento, Salvini parte dal nucleare e lo trasforma subito in una questione di destino nazionale:
Il nucleare non è una scelta, non è un’opzione, è un obbligo.
Il nucleare può anche tornare nel dibattito pubblico, ma raccontarlo come una scorciatoia già pronta rischia di semplificare un tema enorme: tempi, costi, sicurezza, scorie e consenso dei territori restano sul tavolo. Chi dice no, secondo lui, sarebbe “contro il futuro del Paese”. Frase comoda, di quelle che spostano il discorso dal piano tecnico al piano da curva dello stadio del progresso. O sei dentro il futuro, o sei quello che spegne la luce alla festa.
Peccato che, mentre il ministro immagina l’interruttore acceso tra cinque o sei anni, il DDL sul nucleare sostenibile sia ancora nel normale iter parlamentare: assegnato alla Camera, in esame in Commissione, con audizioni e passaggi ancora da chiudere. La documentazione ufficiale della Camera parla di una delega al Governo, quindi siamo alla cornice normativa, al foglio con le righe tirate dritte, mica al reattore modulare già parcheggiato dietro San Siro.
Il calendario fa meno scena
Salvini insiste sulla fissione, prende le distanze dalla fusione perché quella, dice, significa nucleare “fra 30 anni”, e punta sulle tecnologie già esistenti. Il ragionamento politico fila come messaggio: basta perdere tempo, basta convegni, basta “sì però”, avanti con le regole, avanti con i privati, avanti con Milano capofila. Milano, dice lui, capitale dell’innovazione. A questo punto mancava solo il reattore accanto alla nuova pista ciclabile e il quadro era completo.
Il problema sta nella parte meno emozionante, quella che rovina sempre le grandi narrazioni: autorizzazioni, localizzazione, controlli, investimenti, costruzione, collaudi, rete, sicurezza, consenso dei territori. Tutto entro il 2032. In Italia. Il Paese dove per rifare un marciapiede servono tre determine, due ricorsi e una transenna che ormai paga l’IMU.
Sul Ponte sullo Stretto la musica cambia poco. Il Ministero delle Infrastrutture ha indicato il completamento dei lavori nel 2032 dopo l’approvazione del progetto definitivo da parte del Cipess, con fasi operative distribuite tra maggio 2026, settembre 2026 e marzo 2027. La società Stretto di Messina rivendica il ruolo dell’opera nel corridoio europeo Scandinavo-Mediterraneo e ricorda anche il finanziamento europeo da 25 milioni per la progettazione esecutiva della parte ferroviaria.
Quindi sì, il Ponte è dentro un tracciato europeo vero. Questo però non trasforma automaticamente una promessa in acciaio, cemento e treni che passano. Negli ultimi mesi, intanto, il cronoprogramma dell’opera ha già conosciuto nuovi rallentamenti e revisioni, con passaggi ancora aperti su costi, coperture, tempi e priorità di spesa. E infatti la fine dei lavori non viene più indicata al 2032, ma slitta già al 2034. Un dettaglio mica piccolo, visto che il discorso ruota proprio intorno alla magia del biennio 2032-2033. Il Ponte resta una data-obiettivo mobile, più che una certezza da calendario: servono progetti esecutivi, cantieri, soldi tracciabili, impatti verificabili e responsabilità precise.
Tutto pronto, quasi
Il pezzo più spettacolare dell’intervento arriva quando Salvini infila nello stesso cassetto Tav, Brennero, Ponte e nucleare. “32 e 33”, ripete. Una specie di tombola ministeriale. Solo che sulla Torino-Lione la Corte dei conti europea ha segnalato ritardi e aumento dei costi nelle grandi infrastrutture europee, con il termine del 2030 per la rete centrale Ten-T giudicato ormai sempre più difficile per diversi progetti. Diverse ricostruzioni indicano per la Torino-Lione uno slittamento almeno al 2033 e costi cresciuti in modo pesante. E qui il sarcasmo quasi si vergogna, perché basta il calendario.
Infatti, mentre il ministro parla di energia nucleare “pulita, sicura e a basso costo”, passa di colpo ai camionisti. Ed è lì che il discorso diventa più concreto. Lo sciopero nazionale degli autotrasportatori dal 25 al 29 maggio 2026 risulta convocato nel pieno della tensione sui costi del gasolio. Salvini descrive negozi vuoti, supermercati presi d’assalto, aziende che lavorano in perdita, cantieri fermi per il costo del bitume. Altro che 2033: qui il problema arriva fra pochi giorni.
Il contrasto è bellissimo, nel senso tragico del termine. Da una parte il ministro immagina reattori modulari grandi “un campo di calcio o poco più”. Dall’altra racconta imprese che fermano le macchine perché i prezzi sono saltati.
Bruxelles, il cattivo utile
Nel finale arriva Bruxelles. Salvini dice che il Governo vorrebbe aiutare le imprese, però i vincoli del Patto di stabilità lo frenano. Ricorda che per le spese militari esistono margini di flessibilità e chiede di poterli usare anche per l’energia. Il tema esiste: il Consiglio dell’Unione europea ha attivato la clausola di salvaguardia nazionale per consentire maggiore spesa in difesa, mantenendo però il riferimento alla sostenibilità del debito. Il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha chiesto di estendere quella logica anche al caro energia, proprio nei giorni della nuova tensione sui costi.
Il punto, però, resta politico. L’Europa diventa utile quando “ce lo chiede” per il Ponte, ma fastidiosa quando ricorda i conti e indispensabile quando finanzia pezzi di progettazione. Nemica quando mette paletti. Una relazione “dolcemente complicata”, come direbbe Mannoia.
Salvini chiude dicendo che spera sia l’ultimo convegno sul nucleare senza regole nuove e certe. Sarebbe già qualcosa. Perché il Paese ha passato decenni a discutere di grandi opere come si discute dei buoni propositi a gennaio: palestra, dieta, ordine in casa, vita nuova. Poi arriva febbraio e siamo ancora lì, col pigiama addosso e la lavatrice da stendere.
E mentre la politica immagina il primo reattore acceso nel 2032 o 2033, resta aperto un tema molto più concreto: rinnovabili, accumuli e fotovoltaico possono essere installati molto più rapidamente, producono già energia e chiedono meno salti nel buio. Hanno meno fascino da palco, certo, ma funzionano nel presente e oggi risultano spesso più competitivi. Scusate se è poco.
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