Nuova speranza contro il tumore al pancreas: via libera al farmaco che raddoppia il tasso di sopravvivenza

Da 6,7 a 12,4 mesi. È il salto nella sopravvivenza mediana osservato con daraxonrasib nei pazienti con adenocarcinoma pancreatico metastatico già trattato, rispetto alla chemioterapia scelta dal medico. Il Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) ha raccomandato l’autorizzazione di Rasonque, il nome commerciale del farmaco.
È un passaggio importante, con una precisazione che nei titoli rischia facilmente di perdersi: il farmaco non è ancora autorizzato nell’Unione europea. Il parere positivo del CHMP sarà trasmesso alla Commissione europea, che dovrà adottare la decisione sull’autorizzazione all’immissione in commercio. Solo dopo entreranno in gioco, nei singoli Paesi, prezzo e rimborsabilità.
E anche quel “raddoppia la sopravvivenza” merita un righello. Da 6,7 a 12,4 mesi significa un aumento di 5,7 mesi, circa l’85% della sopravvivenza mediana: molto vicino al doppio, senza esserlo. Soprattutto, una mediana non predice quanto vivrà il singolo paziente. Indica il tempo entro il quale, nel gruppo studiato, si è verificata metà dei decessi.
Cosa ha mostrato lo studio su 500 pazienti
Daraxonrasib è stato studiato nel trial internazionale di fase 3 RASolute 302, randomizzato e in aperto, che ha coinvolto 500 adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico progredito dopo una precedente terapia sistemica. In 248 hanno ricevuto daraxonrasib, gli altri 252 una chemioterapia scelta dallo sperimentatore. Circa il 92% presentava una mutazione RAS G12. Il trial è stato finanziato dall’azienda che sviluppa il farmaco, Revolution Medicines.
Nell’analisi utilizzata dall’EMA, la sopravvivenza mediana è stata di 12,4 mesi con daraxonrasib e 6,7 mesi con la chemioterapia. Anche il tempo trascorso senza progressione della malattia è aumentato: 7,2 mesi contro 3,6.
Qui compare un piccolo dettaglio utile per orientarsi tra numeri apparentemente diversi. Lo studio pubblicato sul New England Journal of Medicine riportava inizialmente una sopravvivenza mediana di 13,2 mesi contro 6,7, sulla base dei dati disponibili al 10 febbraio 2026. L’EMA ha utilizzato per la sopravvivenza complessiva dati aggiornati fino al 15 giugno e indica 12,4 mesi. Si tratta dello stesso studio osservato in momenti diversi: con l’allungarsi del periodo di osservazione, le stime di sopravvivenza possono cambiare.
Nel lavoro pubblicato sul NEJM il rischio di morte durante il periodo osservato risultava inoltre ridotto del 60% rispetto alla chemioterapia, con un hazard ratio di 0,40. Anche questo numero va letto per quello che misura: una riduzione del rischio relativo nel corso dello studio, non la promessa che ogni paziente vivrà il 60% più a lungo.
Come funziona daraxonrasib
Il bersaglio è RAS, una famiglia di proteine che controlla crescita e sopravvivenza delle cellule. Nell’adenocarcinoma pancreatico le alterazioni di questa via sono frequentissime: mutazioni oncogeniche di RAS sono presenti in oltre il 90% dei casi e possono lasciare il segnale di crescita praticamente incastrato sulla posizione “acceso”.
Daraxonrasib è un farmaco orale che si lega alla ciclofilina A. Insieme formano un complesso capace di agganciarsi alle proteine RAS attive e ostacolarne la segnalazione, rallentando la crescita delle cellule tumorali e favorendone la morte.
La raccomandazione europea riguarda gli adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico che abbiano ricevuto almeno una precedente terapia sistemica e, nell’indicazione proposta dal CHMP, non è richiesta una specifica mutazione RAS.
Negli Stati Uniti il passaggio regolatorio è già avvenuto: la Food and Drug Administration ha approvato daraxonrasib nell’agosto 2026. L’indicazione americana comprende gli adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico precedentemente trattato oppure non candidabili a una terapia sistemica con più farmaci. Le informazioni sulle autorizzazioni statunitensi sono consultabili attraverso la banca dati ufficiale della FDA.
Gli effetti collaterali restano importanti
La compressa non rende la terapia leggera per definizione. Tra gli effetti indesiderati più comuni vengono segnalati diarrea, eruzioni cutanee, stomatite, nausea e vomito.
Nello studio, eventi avversi di grado 3 o superiore sono stati registrati nel 61,8% dei pazienti trattati con daraxonrasib e nel 69,6% di quelli sottoposti a chemioterapia. Le interruzioni dovute a effetti considerati correlati al trattamento sono state invece l’1,2% contro l’11,2%.
È un risultato che pesa ancora di più considerando la malattia su cui arriva. Secondo il rapporto I numeri del cancro in Italia 2024, nel nostro Paese erano stimate circa 13.585 nuove diagnosi di tumore del pancreas in un anno. La sopravvivenza netta a cinque anni, considerando complessivamente le diagnosi e quindi non soltanto la malattia metastatica, era dell’11% negli uomini e del 12% nelle donne.
Daraxonrasib arriva quindi su uno dei terreni più difficili dell’oncologia e con un risultato di fase 3 consistente, già passato attraverso pubblicazione scientifica e valutazione regolatoria. Per i pazienti europei manca però ancora un pezzo molto concreto: la decisione della Commissione europea e, subito dopo, il percorso nazionale per rendere il farmaco effettivamente accessibile.
