Partner narcisista? La relazione non si deteriora come previsto dagli psicologi: lo studio che ribalta la teoria

salute-benessere

Ti abitui a certe storie perché suonano bene. All’inizio lui incanta, ti legge in faccia, entra in stanza come se la stanza fosse sua. Poi passa il tempo, cade la vernice, arrivano il gelo, la competizione, quella fastidiosa sensazione di stare sempre un gradino sotto. È una trama che conosciamo tutti. Funziona nei racconti, funziona nelle chiacchiere tra amici, funziona persino in parecchia divulgazione psicologica fatta male. Stavolta, però, i dati hanno preso quella trama e le hanno tolto un po’ di cinema.

Uno studio pubblicato a fine marzo 2026 sul Journal of Personality ha seguito 5.869 coppie per un periodo fino a sei anni, con un sottogruppo di 533 coppie all’inizio della relazione, dentro il primo anno. Gli autori sono Gwendolyn Seidman e William J. Chopik, e il materiale arriva dal German Family Panel, un grande panel longitudinale tedesco che segue nel tempo adulti e partner. La domanda era semplice solo in apparenza: stare con una persona molto narcisista rende il rapporto peggiore col passare degli anni, con una discesa più rapida della soddisfazione di coppia? La risposta uscita dai numeri ha meno melodramma del previsto.

Il narcisista è più complicato di quanto si pensi

La teoria di partenza era quella che in ambito psicologico qualcuno aveva già descritto con un nome molto facile da ricordare, il “Chocolate Cake Model”. Il senso, tradotto fuori dal gergo, era questo: con una persona narcisista all’inizio te la godi parecchio, poi cominci a pagare il conto. Seidman e Chopik hanno preso questa idea e l’hanno messa alla prova separando due facce del narcisismo grandioso, che spesso vengono infilate nello stesso sacco anche quando lavorano in modo diverso.

La prima è l’ammirazione narcisistica. Parliamo del bisogno di sentirsi speciali, unici, brillanti, con tutto quello che ne consegue: fascino, autopromozione, capacità di lasciare una buona impressione. La seconda è la rivalità narcisistica. Qui cambia l’aria. Entrano in scena ostilità, disprezzo per gli altri, aggressività, bisogno di sentirsi superiori abbassando chi si ha davanti. Già da questa distinzione si capisce perché mettere sotto la stessa etichetta ogni comportamento “narcisista” serve a poco. Una persona può piacere molto e ferire poco. Un’altra può usare la relazione come un ring.

Per misurare questi tratti i ricercatori hanno usato una versione breve del Narcissistic Admiration and Rivalry Questionnaire, con punteggi da uno a cinque. Poi, anno dopo anno, hanno chiesto sia ai partecipanti sia ai loro partner di dare un voto alla soddisfazione nella relazione su una scala da zero a dieci. È un impianto molto asciutto, quasi brutale nella sua semplicità: pochi indicatori, molto tempo, due punti di vista dentro la stessa coppia.

Il risultato più netto riguarda la rivalità. Nelle coppie del campione complessivo, livelli più alti di rivalità narcisistica si associano a una soddisfazione di coppia più bassa, sia per chi possiede quel tratto sia per il partner. C’è un dettaglio interessante: l’effetto pesa ancora di più sulla persona narcisistica. I ricercatori ipotizzano che chi ragiona per superiorità e pretese possa sentirsi facilmente deluso, quasi per struttura, anche quando il rapporto da fuori sembrerebbe funzionare.

L’ammirazione, invece, qui non ha portato il premio che tanti si aspettavano. Nessun vantaggio stabile sulla soddisfazione, nessun disastro evidente. Il lato affascinante del narcisismo, preso da solo, non ha predetto quanto le persone si sentissero felici nella relazione. Questo passaggio conta, perché ridimensiona parecchio quella favola del partner magnetico che ti stende al primo sguardo e poi rovina tutto per definizione. I dati, almeno qui, non hanno visto quella parabola così pulita.

La soddisfazione scende per quasi tutti, ma il narcisista non accelera la caduta

Nelle ricerche sulle relazioni c’è una cosa che torna spesso: col passare degli anni la soddisfazione tende a calare un po’ quasi per tutti. L’entusiasmo iniziale si assesta, la routine si infila dappertutto, la convivenza toglie luce ad alcune illusioni e ne costruisce altre. Anche qui è andata così. La differenza è che i ricercatori si aspettavano una discesa più ripida nelle coppie dove la rivalità narcisistica era alta. Quella caduta verticale, però, non è arrivata.

La soddisfazione di coppia delle persone con un partner molto alto in rivalità partiva più in basso, questo sì, però continuava a scendere più o meno con lo stesso ritmo degli altri. In pratica, la relazione non sembra aprirsi con il sorriso e chiudersi con l’incendio secondo una linea ordinata. Assomiglia di più a qualcosa che comincia già sbilanciato, oppure si usura in modo irregolare, con scatti, attriti, episodi che i questionari annuali fanno fatica a fotografare fino in fondo.

Il sottogruppo delle coppie nuove complica ancora di più il quadro. Tra le relazioni nate da meno di un anno al momento della prima rilevazione, i tratti narcisistici non mostravano alcuna associazione significativa con la soddisfazione. È il punto che ha sorpreso di più anche l’autrice: le coppie fresche, quelle da cui tutti si aspettavano il meccanismo “ti seduco e poi ti consumo”, non hanno mostrato il peggioramento atteso. Può voler dire molte cose. Che la luna di miele dura più del previsto. Che certi comportamenti si vedono tardi. Che alcune ferite intaccano autostima e autonomia prima ancora di comparire dentro un voto generico dato alla relazione.

Qui il dato va letto con prudenza, senza trasformarlo in assoluzione. Gli stessi ricercatori dicono che la rivalità narcisistica resta corrosiva. Solo che la corrosione potrebbe lavorare in modo meno lineare: non una discesa costante, piuttosto strappi, conflitti grossi, svolte improvvise, logoramenti sottili che non entrano bene in una domanda secca tipo “quanto sei soddisfatto da 0 a 10?”. Una persona può anche continuare a dire che la relazione “va”, intanto perdere sicurezza, spazio personale, senso di efficacia. E questa è una ferita vera, anche se non fa statistica pulita.

C’è poi una seconda cautela che vale oro. Lo studio riguarda tratti narcisistici nella popolazione generale, distribuiti lungo un continuum. Non stabilisce una soglia per dire “questo è un narcisista” e non parla in modo diretto del disturbo narcisistico di personalità, che con ogni probabilità rappresentava una quota minima del campione. È una distinzione che fuori dall’accademia salta sempre, con il solito gusto per le etichette rapide, e invece qui cambia molto.

Anche gli strumenti usati impongono cautela. Il questionario sulla personalità era breve. La soddisfazione relazionale veniva misurata con una sola domanda. Inoltre è plausibile che le coppie più devastate si siano già rotte prima ancora di entrare in un progetto lungo anni, lasciando fuori dalla foto i casi peggiori. Gli autori, infatti, spingono verso studi più ravvicinati nei primi mesi di frequentazione, con misurazioni ogni poche settimane e indicatori più ricchi, compresi esiti diversi dalla semplice soddisfazione generale. Seidman ha già detto di voler guardare meglio a come le persone narcisistiche possano minare nei partner i bisogni di agency e competenza, due parole tecniche che, tradotte bene, parlano della capacità di sentirsi padroni della propria vita e adeguati dentro quello che fanno.

Quello che resta, a conti fatti, è una correzione utile a molta narrativa da social e da bar. Con un partner narcisista il problema può esserci eccome. Solo che spesso arriva senza trombe, senza sceneggiatura perfetta, senza il lusso di una curva drammatica facile da riconoscere. A volte il rapporto parte già storto e ci resti dentro perché quel poco ti sembra abbastanza. A volte il danno si deposita piano, come polvere sui mobili: un giorno passi il dito e capisci quanta roba si era fermata lì.

Fonte: Journal of Personality

Ti potrebbe interessare anche: 

Autore articolo: Ilaria Rosella Pagliaro