Perché dovremmo tutti vedere “Il bene comune” di Rocco Papaleo: il film sull’empatia che evita ogni retorica (e ci riesce)

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C’è un momento, nel cinema di Rocco Papaleo, in cui il viaggio smette di essere fuga o ritorno e diventa qualcos’altro: un modo per stare insieme, anche quando stare insieme è difficile, scomodo, perfino forzato. Il bene comune parte da qui. Non da un’idea astratta, ma da una domanda concreta e quasi urgente: cosa ci tiene ancora uniti?

Il film, uscito a marzo 2026, affonda le radici nei paesaggi ruvidi del Parco Nazionale del Pollino, ma evita ogni tentazione cartolina. La natura non fa solo da sfondo, è presenza viva, misura e controcampo umano. In un Sud segnato dallo spopolamento e dalla distanza sociale, Papaleo costruisce un racconto che cerca relazioni, non eroi. E lo fa con una delicatezza rara: niente proclami, niente retorica, solo persone che si incontrano e provano, a fatica, a capirsi.

La trama

La storia è semplice solo in apparenza. Biagio, guida escursionistica schiva e quasi marginale, accompagna quattro detenute in una “gita premio” verso le vette del Pollino. Potrebbe essere un espediente narrativo, invece diventa un dispositivo umano. Perché lungo il cammino si rompe qualcosa: i ruoli, prima di tutto. Chi osserva e chi è osservato, chi giudica e chi è giudicato, smettono di essere categorie stabili. Restano solo fragilità esposte, senza protezioni.

Ed è qui che il film trova la sua forza più autentica: nella riscoperta dell’empatia. Non quella facile, consolatoria, ma quella che nasce dallo stare nello stesso spazio, dal condividere fatica, silenzi, piccoli gesti. Le protagoniste — interpretate da Vanessa Scalera, Claudia Pandolfi, Teresa Saponangelo e Rosanna Sparapano — non cercano redenzione, e forse è proprio questo a renderle credibili. Non chiedono di essere assolte, ma di essere viste.

Papaleo, dal canto suo, sceglie di sottrarsi. Il suo Biagio parla poco, osserva molto, lascia spazio. È una regia che rinuncia al controllo per aprire varchi: tra il surreale, dialoghi sbilenchi, improvvise deviazioni musicali, e una dimensione quasi documentaria, fatta di luce, vento, pietra, un equilibrio fragile, ma riuscito.

Il pino loricato

pino loricato

@Wikimedia

E poi c’è il simbolo, mai invadente ma sempre presente: il pino loricato. Albero antico, resistente, capace di sopravvivere al gelo e ai fulmini, diventa una metafora che non ha bisogno di essere spiegata. Quelle donne, come quell’albero, portano addosso una corazza, che non serve a difendere, ma a ricordare e sopravvivere.

Questo “dinosauro degli alberi”, simbolo del Parco Nazionale del Pollino, vive dove quasi nulla riesce a resistere: oltre i mille metri, su rocce calcaree, piegato dal vento e dal gelo. La sua corteccia, divisa in placche che ricordano un’armatura antica, non è solo un dettaglio botanico, ma una dichiarazione di sopravvivenza. È un albero che porta addosso il tempo, lo trattiene nelle sue forme contorte e quasi scultoree, e lo restituisce come memoria viva. In questo senso, nel film diventa molto più di una meta: è una figura speculare alle protagoniste, corpi e storie segnate, “corazzate” per necessità, capaci però di restare in piedi anche quando tutto intorno cede. Il pino loricato non consola e non abbellisce: resiste. Ed è proprio questa resistenza, silenziosa e ostinata, a trasformarlo nel vero cuore simbolico del racconto.

Il bene comune non è un film perfetto, e per fortuna. Ha delle asperità, dei momenti sospesi, delle imperfezioni che lo rendono vivo. Ma è proprio in queste crepe che si infiltra il suo senso più profondo: ricordarci che l’empatia non è un’idea da celebrare, è una pratica da esercitare. E che forse, oggi, il vero “bene comune” è ancora questo, la capacità di raccontarci, di riconoscerci negli altri, anche quando sembrano lontanissimi da noi.

Il trailer

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Autore articolo: Silvia Romano