Persino i cammelli stanno morendo per il caldo estremo e la siccità: boom di decessi in Africa

Nemmeno il simbolo per eccellenza della resistenza biologica alle condizioni estreme riesce più a resistere all’impatto devastante del riscaldamento globale. Nella regione di Afar, nel nord-est dell’Etiopia, le temperature roventi e il calore estremo stanno piegando la salute dei dromedari. A dare voce alla disperazione degli allevatori locali è Ali Umer, quarantenne proprietario di circa cinquecento capi a Semera.
L’uomo ha raccontato di aver assistito inerme alla perdita di otto vitelli di cammello in un solo mese, spiegando come le temperature della sabbia arrivino a bruciare la pelle e a corrodere i peli degli animali quando cercano riposo sul terreno, provochino dolorose vesciche alle zampe e un’abbondante lacrimazione. Persino i venti della zona, un tempo fonte di sollievo e refrigerio, si sono trasformati in correnti di calore rovente che rendono insostenibile la vita quotidiana e il trasporto dei mattoni di sale nella Depressione di Danakil.
Dati drammatici tra la Somalia e le analisi dei veterinari in Kenya
La crisi non risparmia gli altri paesi del Corno d’Africa e del Nord Africa, territori che da soli ospitano circa l’ottanta per cento della popolazione mondiale di dromedari. In Somalia, recenti indagini condotte su quasi 6000 famiglie pastorali hanno rivelato che la mortalità dei cammelli legata alla siccità rappresenta una tragedia collettiva che coinvolge il 46% dei nuclei familiari, con picchi da incubo nella regione settentrionale di Sool, dove si registra un tasso di decesso del 73%.
Nel nord-est del Kenya, al confine con il territorio etiope, il veterinario Hassan Nuya Guyo della contea di Marsabit denuncia un incremento di oltre il 15% delle morti di capi negli ultimi due anni. L’esperto riscontra un continuo aumento di casi di ipertermia nei cammelli, condizione che compromette le difese immunitarie degli animali esponendoli a contrarre infezioni multiple e mortali.
La soglia critica dei 41 gradi e il collasso cellulare
Il motivo scientifico di questa strage risiede nelle limitazioni biologiche della specie, spiegate dagli esperti del settore. Sebbene questi animali gestiscano agevolmente le variazioni termiche fino a quaranta gradi risparmiando liquidi, l’esperto della FAO Mohammed Bengoumi sottolinea come il continuo superamento dei 50 gradi nel Sahara provochi un inarrestabile stress termico.
Il docente dell’Università di Ghardaia in Algeria, Abdelmadjid Chehma, ha dimostrato che le temperature costantemente comprese tra quarantuno e quarantacinque gradi attaccano direttamente le strutture cellulari degli animali, distruggendo i globuli bianchi e provocando un irreparabile collasso immunitario. A questo scenario si aggiungono le osservazioni del docente Mohammed el Khasmi dell’Università di Casablanca in Marocco, che evidenzia un quadro clinico drammatico fatto di drastica perdita di peso, grave deperimento muscolare, infiammazioni, malattie ossee, squilibri renali e un tracollo nella produzione di latte.
La grande fuga verso sud e l’allarme dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale
Di fronte al progressivo prosciugamento delle fonti idriche, alla sparizione delle aree ombreggiate e della copertura vegetale, molti pastori si vedono costretti a modificare drasticamente le proprie abitudini millenarie. Il ricercatore Daniel Gelan della Vision University in Etiopia ha confermato che non si tratta di consueti spostamenti stagionali, bensì di un abbandono definitivo delle regioni settentrionali verso i territori del sud in cerca di risorse idriche.
I dati forniti dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale evidenziano infatti che il Nord Africa ha registrato l’incremento termico più rapido del continente, pari a 0,43 gradi per decennio tra il 1991 e il 2025. Una condizione insostenibile che sta trasformando anche il più tenace alleato dell’uomo nel deserto in un’inerme vittima dei cambiamenti climatici.
