Pet food, a cani e gatti piacciono le proteine prodotte senza allevare animali: ma sono più sostenibili?

Nel mondo del pet food si stanno facendo strada nuove fonti di proteine che non arrivano direttamente dalla carne o dal pesce. Tra queste ci sono le proteine microbiche, ottenute facendo crescere microrganismi attraverso processi di fermentazione e considerate interessanti anche per il loro possibile minore impatto ambientale.
Un nuovo studio ha ora testato queste proteine in crocchette destinate a cani e gatti, scoprendo che gli animali non solo le accettano, ma nel test effettuato hanno mostrato una certa preferenza proprio per la formulazione che le conteneva.
Cosa sono le proteine microbiche
Il nome può sembrare complicato, ma il principio è abbastanza semplice. In appositi impianti, all’interno di grandi contenitori chiamati bioreattori, vengono fatti crescere microrganismi come batteri e lieviti in condizioni controllate.
Durante la loro crescita questi microrganismi producono biomassa, cioè materiale cellulare che può essere molto ricco di proteine. È questa biomassa, dopo essere stata raccolta e sottoposta a specifici trattamenti, a diventare un ingrediente utilizzabile nella produzione di alimenti.
Non significa quindi che nel cibo vengano aggiunti dei batteri vivi. Il processo parte dai microrganismi, che vengono coltivati e utilizzati per ottenere una fonte concentrata di proteine. Queste proteine sono spesso indicate anche con l’acronimo SCP (Single Cell Protein).
Perché interessano tanto il settore del pet food? La ragione è soprattutto ambientale. Cani e gatti consumano ogni anno enormi quantità di alimenti e una parte importante delle loro diete contiene proteine di origine animale.
Produrre carne significa allevare animali, alimentarli e utilizzare risorse come terreno e acqua, oltre a generare emissioni di gas serra. Per questo da tempo si cercano fonti proteiche alternative che possano ridurre almeno in parte la dipendenza dalla produzione animale. E le proteine microbiche hanno in effetti una caratteristica interessante: i microrganismi possono crescere molto rapidamente e in spazi relativamente piccoli, senza bisogno di grandi superfici agricole. La produzione avviene inoltre in ambienti controllati e può essere portata avanti durante tutto l’anno.
In alcuni sistemi, poi, i microrganismi possono essere fatti crescere utilizzando sottoprodotti o materie prime provenienti da altre filiere, trasformando nutrienti che avrebbero un valore limitato in nuova biomassa proteica. È uno degli aspetti che rende questa tecnologia interessante anche nell’ottica dell’economia circolare.
Sono davvero più sostenibili della carne?
Il fatto che una proteina venga prodotta da microrganismi non significa automaticamente che abbia un basso impatto ambientale. La fermentazione richiede infatti energia, acqua e nutrienti per far crescere i microrganismi e mantenere in funzione gli impianti. Il risultato finale dipende quindi molto da come viene organizzato il processo produttivo.
Le ricerche disponibili indicano che le proteine microbiche possono richiedere meno terreno agricolo e, in alcuni sistemi, meno acqua rispetto alle proteine ottenute dagli animali. Inoltre, alcuni processi possono utilizzare sottoprodotti o materie prime provenienti da altre lavorazioni, trasformandoli in nuova biomassa ricca di proteine.
Il vantaggio, però, non è uguale per tutte le produzioni. Utilizzare energia proveniente da fonti rinnovabili e materie prime recuperate può ridurre l’impronta ambientale, mentre un processo molto energivoro alimentato da fonti fossili potrebbe limitarla. Per questo, per capire quanto siano realmente sostenibili, bisogna considerare l’intero ciclo di vita della proteina, dalla materia prima utilizzata per far crescere i microrganismi fino all’energia necessaria per la fermentazione, alla lavorazione e al trasporto.
La prospettiva interessante è comunque quella di poter sostituire almeno una parte delle proteine animali utilizzate nel pet food con proteine prodotte attraverso la fermentazione, riducendo così la necessità di ricorrere all’allevamento. È una possibilità ancora da valutare su larga scala, ma che potrebbe contribuire a rendere il settore meno dipendente dalle fonti animali.
È quindi ancora presto per considerare le proteine microbiche la soluzione al problema ambientale del pet food. Sono però una delle alternative che la ricerca sta studiando e il loro potenziale dipenderà soprattutto da quanto efficientemente e con quali risorse verranno prodotte.
Cani e gatti le preferiscono?
A questa domanda ha cercato di rispondere il nuovo studio, pubblicato su Plos One, che ha coinvolto 30 cani e 30 gatti.
Ai loro proprietari è stato chiesto di proporre agli animali, direttamente a casa, due diverse formulazioni di crocchette: una di controllo e una contenente il 10% di proteine microbiche. In quest’ultima, la nuova fonte proteica sostituiva completamente la farina di pesce e in parte quella di pollame presenti nella formulazione tradizionale.
Per quattro pasti distribuiti nell’arco di due giorni, cani e gatti hanno avuto a disposizione contemporaneamente entrambe le ciotole e sono stati lasciati liberi di scegliere. In questo modo i ricercatori hanno potuto osservare la preferenza degli animali in un ambiente familiare, senza portarli in laboratorio. Il risultato è stato piuttosto interessante: sia i cani sia i gatti hanno mostrato una preferenza per le crocchette contenenti proteine microbiche.
Tra i cani, il 72% circa del cibo consumato proveniva dalla formulazione con proteine microbiche, contro il 50% della formulazione di controllo. Anche i gatti hanno mostrato una preferenza, seppur più contenuta: hanno consumato circa il 51% della formulazione con proteine microbiche, contro il 34% di quella di controllo.
I ricercatori hanno osservato inoltre quale ciotola venisse raggiunta per prima dagli animali. Anche considerando questo aspetto, sia i cani sia i gatti hanno mostrato una tendenza verso la formulazione contenente la nuova fonte proteica.
Il risultato è quindi interessante perché indica che, almeno in questo test, l’introduzione delle proteine microbiche non ha reso le crocchette meno appetibili. Al contrario, gli animali hanno mostrato una preferenza per la formulazione alternativa.
Ma questo non significa che siano più salutari. Lo studio ha valutato principalmente la preferenza alimentare e la composizione delle due formulazioni. Non ha invece seguito gli animali per un periodo abbastanza lungo da poter stabilire se una dieta contenente proteine microbiche abbia effetti positivi o negativi sulla loro salute.
Le due tipologie di crocchette sono state analizzate anche dal punto di vista nutrizionale e sono risultate comparabili per diverse componenti, tra cui aminoacidi, minerali e grassi.
Questo però non permette di concludere che le proteine microbiche siano “più sane” della carne o del pesce. Per arrivare a una conclusione del genere sarebbero necessari studi di durata molto maggiore, capaci di valutare anche digestione, metabolismo, microbiota intestinale e stato di salute degli animali nel lungo periodo.
C’è poi un altro elemento che è giusto conoscere. I due autori della ricerca lavorano per MicroHarvest, l’azienda che ha prodotto le proteine microbiche utilizzate nello studio, e la ricerca è stata finanziata dalla stessa società.
Il test di preferenza è stato realizzato da un’organizzazione esterna e le analisi degli alimenti sono state affidate a un laboratorio indipendente. Il possibile conflitto di interessi resta comunque un’informazione importante per interpretare correttamente i risultati.
Non significa che lo studio debba essere scartato, ma che i suoi risultati vanno considerati per quello che sono: un primo test sulla palatabilità di un ingrediente sviluppato per il pet food, non la prova definitiva che questa tecnologia sia migliore sotto ogni punto di vista.
Fonti: Plos One
