Produrre energia solare al buio? Ora è possibile! Questi scienziati hanno trasformato il legno in una “spugna” termica

Un semplice pezzo di legno potrebbe aiutare l’energia solare a superare uno dei suoi limiti più noti: il buio. Un gruppo di ricercatori cinesi ha trasformato il legno di balsa in un materiale capace di assorbire il calore del sole durante il giorno e di rilasciarlo più tardi, continuando così a generare elettricità anche dopo il tramonto. Il risultato, descritto in uno studio pubblicato su Advanced Energy Materials, apre una strada interessante per rendere più continua e sfruttabile l’energia solare.
Il problema da cui parte la ricerca è semplice e pesa moltissimo. Il fotovoltaico lavora bene quando il cielo collabora, poi arriva una nuvola, scende la sera, cambia la temperatura della superficie e l’energia disponibile cala proprio nelle ore in cui la domanda spesso sale. Una strada molto battuta consiste nell’accumulare l’elettricità prodotta di giorno dentro grandi batterie. Un’altra segue il calore: la luce viene convertita in energia termica, poi quel calore viene sfruttato tramite un generatore termoelettrico, che produce corrente grazie al gradiente di temperatura. Finché la superficie resta calda, il sistema funziona. Quando il caldo si disperde, la differenza termica si assottiglia e la produzione si siede.
Per tenere aperta questa finestra energetica, i ricercatori hanno lavorato sui materiali a cambiamento di fase, quelli che assorbono calore mentre fondono e lo rilasciano quando tornano solidi. Il problema, nei sistemi tradizionali, stava nell’architettura: strati sovrapposti, interfacce difficili, calore che fatica ad attraversare i confini tra un livello e l’altro. In più molti approcci passavano dalla carbonizzazione, cioè da trattamenti ad alta temperatura utili a scurire il materiale e farlo assorbire meglio la luce, con un prezzo pesante sulla struttura chimica e sulla possibilità di aggiungere protezioni davvero robuste contro acqua e fuoco. Il gruppo cinese ha scelto una strada diversa: niente sandwich di strati, un unico scheletro funzionale costruito dall’interno.
La scelta della balsa ha una logica molto concreta. Cresce in fretta e, vista al microscopio, ha canali verticali ordinati che sembrano tubicini naturali già pronti a guidare il calore e ospitare altri materiali. Il primo passaggio è stato eliminare la lignina, la componente che dà rigidità al legno. Così i canali interni si sono allargati e la porosità ha superato il 93 per cento. A quel punto, però, la balsa delignificata è diventata bianca, quindi pessima per catturare la luce. Per risolvere il problema, i ricercatori hanno rivestito le pareti interne con nanosheet di fosforene nero, un materiale bidimensionale che assorbe luce lungo un ampio spettro e conduce bene il calore.
Qui è emerso un altro ostacolo: il fosforene nero all’aria aperta si degrada. Il team lo ha protetto con una rete metallico-polifenolica ottenuta da acido tannico e ioni di ferro. Poi ha fatto crescere sulla superficie piccole nanoparticelle d’argento, utili a migliorare la presa sulla luce visibile. Secondo i dati riportati dallo studio, i nanosheet protetti hanno mantenuto stabilità anche dopo 150 giorni di esposizione intensa, un passaggio decisivo perché questo legno solare ha senso solo se resiste fuori dal laboratorio.
Quando il legno smette di comportarsi da legno
Una struttura così porosa rischiava di comportarsi come ogni pezzo di legno lasciato alle intemperie: bere acqua, gonfiarsi, peggiorare. Nei test il supporto grezzo arrivava ad assorbire una quantità d’acqua vicina a duecento volte la sua massa. Per bloccare questo punto debole, i ricercatori hanno innestato sulla superficie molecole di ottadecile, lunghe catene di idrogeno e carbonio che costringono l’acqua a raccogliersi in gocce e scivolare via. Il materiale ha raggiunto un angolo di contatto di 153 gradi, quindi una superidrofobicità molto marcata, e ha retto anche acqua bollente, sfregamento meccanico e solventi aggressivi.
Una volta preparato il telaio, il team ha riempito i canali con acido stearico, un acido grasso di origine naturale che qui fa da materiale a cambiamento di fase. Quando il sole colpisce il rivestimento scuro, la struttura si scalda e l’acido stearico fonde, immagazzinando energia termica. Più tardi, quando l’aria si raffredda, torna gradualmente solido e rilascia il calore trattenuto. La differenza rispetto a molti sistemi precedenti sta nella continuità interna: il calore scorre dentro un materiale costruito come un corpo unico, senza salti bruschi tra strati separati. I ricercatori riportano una conducibilità termica quasi quattro volte superiore rispetto al solo acido stearico e assenza di perdite anche a 80 gradi Celsius.
I numeri aiutano a capire perché questo lavoro ha attirato attenzione. Sotto irraggiamento simulato, il composito ha raggiunto una conversione fototermica del 91,27 per cento. Quando la luce è stata tolta, il calore rilasciato ha alimentato un generatore termoelettrico fino a 0,65 volt, abbastanza da far funzionare una piccola ventola nel buio totale. Dopo 100 cicli di riscaldamento e raffreddamento, le prestazioni sono rimaste stabili. Per ora si tratta di una dimostrazione di principio, quindi nessuno sta proponendo di sostituire domani i pannelli sul tetto con tavolette di balsa trattata. Però la direzione è chiara: materiali economici, naturali, leggeri e progettati con precisione possono aiutare a colmare uno dei vuoti più fastidiosi delle rinnovabili, quello tra il sole che c’è stato e l’energia che serve dopo.
C’è anche un lato meno appariscente, eppure decisivo, che riguarda la durata. Il fosforene contribuisce al comportamento ignifugo: nelle prove il campione ha preso fuoco, poi si è autoestinto entro due minuti lasciando uno strato carbonizzato stabile invece di consumarsi rapidamente. Le nanoparticelle d’argento hanno mostrato anche attività antibatterica contro E. coli e Staphylococcus aureus, un dettaglio che conta parecchio per un materiale destinato all’esterno, dove umidità e colonizzazione microbica possono rovinare prestazioni e struttura. In altre parole, questo legno solare prova a risolvere insieme il rendimento, la resistenza e la sopravvivenza nel mondo reale.
La parte più interessante resta forse il metodo. Qui il sole viene catturato come calore, custodito in un materiale naturale riprogettato a livello microscopico e restituito con lentezza, senza effetti speciali. Il gruppo che firma lo studio parla di una piattaforma scalabile e ambientalmente più favorevole per la raccolta di energia solare termica.
La distanza tra prova di laboratorio e applicazioni vere resta ampia, come sempre accade quando si passa dai dati a un prodotto. Però l’idea regge, e regge bene: usare il legno, uno dei materiali più antichi che abbiamo, per allargare il tempo utile del sole. A volte l’innovazione entra da una porta laterale. E trova posto in una tavoletta di balsa.
Fonte: Advanced Energy Materials
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