Quanti PFAS ci sono in Toscana? Al via l’indagine che porterà alla prima mappatura degli inquinanti eterni nella regione

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Qualcosa sta cambiando nel modo in cui l’Italia affronta il problema dei PFAS. Dopo anni di allarmi lanciati da scienziati e associazioni ambientaliste, e dopo i casi eclatanti che hanno colpito alcune aree del Nord Italia (vedi il Veneto, diventato tristemente famoso a livello internazionale) sempre più regioni sembrano aver capito che non è più possibile ignorare il problema.

Le ultime novità in merito arrivano dalla Toscana che ha stabilito di fare un passo importante: la Giunta regionale ha approvato una delibera che dà il via a una vasta indagine conoscitiva per capire dove si nascondono, e in che quantità, questi famigerati “inquinanti eterni” nel territorio regionale.

Per chi ancora non li conoscesse, i PFAS, acronimo di sostanze poli- e per-fluoroalchiliche, sono una famiglia di oltre 10.000 composti chimici sintetici accumunati da una caratteristica che li rende insieme utilissimi e pericolosissimi: sono praticamente indistruttibili. Il legame tra carbonio e fluoro che li costituisce è tra i più stabili che esistano in chimica, il che li rende resistenti a temperature elevate, pressioni estreme, grassi e liquidi di ogni tipo. Proprio per questo finiscono in moltissimi oggetti di uso quotidiano: pentole antiaderenti, imballaggi alimentari, tessuti impermeabili, cosmetici, pesticidi, farmaci.

Il problema è che questa stessa stabilità li trasforma in un grosso problema ambientale. Non si degradano, si accumulano nei suoli, nelle acque e negli organismi viventi (esseri umani compresi). Gli studi scientifici li associano a una serie preoccupante di effetti sulla salute: dalla compromissione del sistema immunitario all’alterazione del sistema endocrino, passando per problemi metabolici, infiammazioni croniche, infertilità e un aumentato rischio di tumori, in particolare a testicoli e reni.

L’autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha fissato soglie di esposizione settimanale tollerabile molto basse, ma il punto è che, non sapendo dove si trovano, è difficile anche solo monitorare quanta esposizione subiamo realmente.

Il piano toscano

La delibera approvata dalla Giunta regionale prevede un’indagine sistematica su scarichi idrici, emissioni in atmosfera e rifiuti prodotti dalle attività industriali presenti sul territorio. L’obiettivo non è ancora bonificare, quello verrà dopo, ma prima di tutto sapere, costruire una mappa dettagliata delle fonti di contaminazione, senza la quale qualsiasi politica di contrasto rischia di non essere efficace.

Come fa sapere l’assessore regionale all’ambiente, David Barontini, a coordinare il lavoro sarà la Direzione regionale per la tutela dell’ambiente e l’energia, affiancata dal supporto tecnico di ARPAT, l’agenzia regionale per la protezione ambientale, che si occuperà di campionamenti, analisi di laboratorio e definizione dei protocolli operativi. E per garantire controlli sempre più precisi, la Regione investirà anche nel potenziamento delle attrezzature analitiche di ARPAT.

In una prima fase, il focus sarà sulle aziende soggette ad Autorizzazione Integrata Ambientale, con attenzione particolare a settori storicamente legati all’uso dei PFAS: depurazione delle acque, gestione dei rifiuti, concia del cuoio, industria cartaria e tessile. Il monitoraggio verrà esteso anche ai gestori del servizio idrico integrato, in linea con le indicazioni europee più recenti, che puntano a intercettare la contaminazione già all’ingresso nelle reti fognarie.

La scelta della Toscana non è isolata, ma si inserisce in una tendenza sempre più ampia. La pressione dell’Unione Europea, che sta progressivamente restringendo i limiti ammissibili per queste sostanze in acqua potabile e alimenti, sta spingendo anche le istituzioni locali ad attivarsi. E la società civile, comitati di cittadini, ricercatori, giornalisti investigativi, continua a fare la sua parte, tenendo alta l’attenzione su un tema che per troppo tempo è rimasto nell’ombra.

Fonte: Ansa

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Autore articolo: Francesca Biagioli