Questo Paese è stato il primo nell’Ue a garantire il diritto all’acqua potabile in Costituzione (fermando la privatizzazione)

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Un voto storico per proteggere la risorsa più preziosa del pianeta dalle mire dei mercati globali. Con un consenso schiacciante di 64 voti favorevoli e nessun contrario, il parlamento di Lubiana nel 2016 ha inserito il diritto all’acqua potabile direttamente nella propria Carta fondamentale. La Slovenia è diventata così il primo Paese dell’Unione Europea a blindare a livello costituzionale l’accesso alle proprie riserve idriche.

Il primo ministro Miro Cerar, principale promotore della riforma, all’epoca aveva esortato i legislatori a difendere quello che ha definito “l’oro liquido del ventunesimo secolo“, sottolineando come la purezza delle sorgenti slovene avrebbe inevitabilmente attirato in futuro gli appetiti economici di multinazionali e potenze straniere.

Fuori dalle logiche del profitto

La modifica costituzionale sottrae la gestione idrica alle dinamiche del libero mercato. Il nuovo articolo stabilisce chiaramente che le risorse idriche costituiscono un bene pubblico gestito dallo Stato, il cui scopo primario e durevole deve essere l’approvvigionamento dei cittadini e delle famiglie.

Di conseguenza, l’erogazione dell’acqua non può essere trattata come una merce di scambio commerciale finalizzata al profitto, ma deve essere garantita esclusivamente tramite autorità e fornitori pubblici su base non lucrativa. Nonostante la compattezza della maggioranza di centro-sinistra, il partito d’opposizione SDS (Partito Democratico Sloveno) ha deciso di astenersi, liquidando la mossa come una manovra puramente populista destinata a raccogliere consenso elettorale.

Troppe famiglie non hanno l’allacciamento alla rete idrica pubblic

Dietro il primato ecologico di una nazione eletta “destinazione verde” mondiale, restano però aperte profonde crepe sociali. Amnesty International, per voce del vicedirettore per l’Europa Fotis Filippou, ha lanciato un duro monito al governo. Molte famiglie della comunità Roma, che conta tra i 10.000 e i 12.000 individui nel Paese vivono infatti in insediamenti informali e privi di permessi edilizi, requisiti che la legge slovena impone per l’allacciamento alla rete idrica pubblica. Questa barriera burocratica costringe intere comunità a percorrere chilometri per rifornirsi da canali inquinati o stazioni di servizio.

Fonte: Repubblica Slovena

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Autore articolo: Rebecca Manzi