Siamo ostaggio dei combustibili fossili: la guerra in Iran ci sta mostrando il vero costo della nostra dipendenza

salute-benessere

La crisi dei carburanti è una “prova drammatica” della dipendenza globale dai combustibili fossili che sta alimentando l’instabilità geopolitica e gli impatti sulla salute. A dirlo è Christiana Figueres, negoziatrice internazionale sul clima che nel 2016 contribuì a realizzare l’Accordo di Parigi ed ora è co-presidente di una Commissione Lancet che esamina come l’innalzamento del livello del mare stia rimodellando salute, benessere e disuguaglianza.

Leggi anche: L’Iran pone 6 condizioni per la fine della guerra, ma è sempre lo stretto di Hormuz la merce di scambio (e riguarda tutti noi)

Con un tempismo perfetto, questa considerazione arriva a fagiolo nel pieno della guerra USA-Israele contro l’Iran. Non una coincidenza, ma lo stato reale delle cose: il mondo è tenuto in ostaggio dalla dipendenza dai combustibili fossili e, per dirla con Figueres, gli impatti sulla salute climatica sono “la madre di tutte le ingiustizie”.

Punto focale intorno al quale, in questo momento cruciale, girano gli interessi di mezzo mondo è lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale e del gas naturale liquefatto: dopo la “tregua” annunciata nelle ultime ore, lo stretto non è più completamente chiuso, ma resta fortemente limitato e la riapertura è solo parziale: è consentito un “passaggio sicuro selettivo” per alcune navi autorizzate, mentre migliaia di imbarcazioni restano ferme nelle acque circostanti.

Stretto chiuso e petrolio alle stelle

Secondo gli ultimi dati di tracciamento navale, solo circa 11 navi hanno attraversato lo stretto nelle ultime 24 ore, pari a circa l’8% del normale traffico giornaliero di circa 60-135 navi. Il traffico si è attestato a circa 1,3 milioni di tonnellate di portata lorda, ovvero il 12,1% dei livelli medi.

hormuz petrolio

@cbmcalculator.com

La risposta iraniana, orchestrata dai Pasdaran, ha insomma provocato un crollo immediato del traffico marittimo superiore al 90%, con navi occidentali o legate ad alleati di Washington bloccate, minacciate o costrette a rinunciare al transito, mentre solo alcune imbarcazioni provenienti da Paesi considerati “amici” – come Cina, India, Russia, Pakistan e Malesia – sono riuscite a passare sotto autorizzazione.

Nel primo mese della crisi, oltre 34.000 rotte marittime sono state deviate, costringendo le navi a circumnavigare l’Africa con un forte aumento di tempi e costi, ridisegnando temporaneamente la geografia del commercio globale.

Le conseguenze globali sono, ovviamente, immediate e profonde: sul fronte energetico si sono interrotti flussi pari a circa 20 milioni di barili al giorno, spingendo verso l’alto i prezzi del petrolio e portando il costo della benzina alle stelle. Sul piano agricolo, c’è carenza di fertilizzanti che a sua volta minaccia aumenti dei prezzi alimentari in Europa e negli States. Quanto ai trasporti e all’industria, invece, inevitabili anche in questo caso le pressioni sul carburante aereo e ritardi diffusi nelle catene di approvvigionamento. Gli analisti sottolineano che la crisi non riguarda solo il petrolio, ma l’intero sistema del commercio marittimo globale, di cui lo Stretto di Hormuz rappresenta uno snodo cruciale.

Lo Stretto di Hormuz oggi non è chiuso, ma nemmeno realmente aperto: si trova in una fase intermedia, regolata e fragile, che mette in evidenza quanto i colli di bottiglia del commercio globale siano vulnerabili e quanto rapidamente una crisi localizzata possa tradursi in effetti concreti sulla vita quotidiana, dal prezzo della benzina alla spesa alimentare, mentre il mondo resta in attesa di capire se questa fragile tregua reggerà o se il sistema tornerà a incepparsi.

Il nodo dei combustibili fossili

La salute, la dignità e la vita quotidiana delle persone sono in gioco, e le cause principali sono il riscaldamento globale e la continua dipendenza dai fossili. La Commissione Lancet cercherà di stabilire quadri giuridici che rendano i Paesi responsabili dei danni sanitari causati dall’innalzamento del livello del mare.

stretto di hormuz

Il mondo sta diventando ostaggio della sua dipendenza dai combustibili fossili, dicevamo con la Figueres, secondo la quale le conseguenze di queste trasformazioni colpiscono in modo sproporzionato le popolazioni più vulnerabili, in particolare quelle delle isole del Pacifico, dove l’innalzamento delle acque minaccia di rendere inabitabili interi Paesi come Tuvalu, Kiribati e Fiji. La crisi non riguarda solo le isole: anche città costiere come New Orleans, Londra e Amsterdam sono sotto minaccia, con l’innalzamento del livello del mare che danneggia le risorse idriche, le coltivazioni agricole e forza le persone a lasciare le proprie case.

Figueres ha sottolineato che la crisi climatica sta già impattando negativamente sulla salute pubblica: il cambiamento del clima ha effetti devastanti sull’acqua potabile, la sicurezza alimentare e le condizioni sanitarie a causa della salinizzazione delle terre costiere.

L’impatto globale dell’uso dei combustibili fossili, inoltre, non si limita alla crisi ambientale: influisce direttamente sul benessere delle persone, amplificando disuguaglianze economiche e sociali e forzando intere comunità a migrare a causa della perdita dei propri mezzi di sussistenza. Dalle pagine del The Guardia, Figueres parla di un “dolore intergenerazionale” legato allo sfollamento forzato e descrive la situazione nei Paesi insulari come una sofferenza che non può essere misurata in termini economici.

È necessaria una risposta internazionale che, oltre a ridurre le emissioni, faccia fronte alle disuguaglianze causate dalla dipendenza dai combustibili fossili, conclude.

Gli obiettivi quali dovrebbero essere? I Paesi più inquinanti dovrebbero ridurre le emissioni non solo per ragioni ambientali, ma anche per motivi economici e di stabilità sociale. Governi e imprese dovrebbero arrivare una volta per tutte a riduzioni concrete delle emissioni, in modo da garantire un futuro sostenibile e giusto per ognuno di noi.

Ma, allo stato dei luoghi, quanto ci sembra lontana questa soluzione?

Fonti: The GuardianBBC

Leggi anche:

Autore articolo: Germana Carillo