Sorpresa Istat: ci sentiamo sempre più sani. Perché la percezione della nostra salute è migliorata in 30 anni

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La fotografia sembra quasi controintuitiva: un Paese più vecchio, con più malattie croniche, più diagnosi, più persone che convivono con due o più patologie, eppure con meno cittadini che dichiarano di stare male. Dentro i nuovi dati raccolti dall’Istat sulla salute in Italia c’è proprio questo scarto, piccolo solo in apparenza: nel 1995 l’8% della popolazione si dichiarava in cattiva salute, mentre nel 2025 la quota stimata scende al 5,5%. Se poi si corregge il dato per l’effetto dell’invecchiamento, il miglioramento diventa ancora più netto: dal 9,8% al 4,5%.

Detta così sembra una di quelle notizie da leggere con un sopracciglio alzato, perché basta entrare in una farmacia, aspettare una visita specialistica o ascoltare una conversazione tra parenti per avere l’impressione opposta. Eppure il dato racconta qualcosa di preciso: vivere più a lungo non significa automaticamente sentirsi peggio. In molti casi significa arrivare all’età anziana con più strumenti, più diagnosi, più farmaci, più prevenzione, più abitudine a controllarsi. Con tutte le disuguaglianze che restano, e pesano.

Gli anziani migliorano più di tutti

Il passaggio più interessante riguarda proprio le fasce più avanti con l’età. La cattiva salute percepita cresce naturalmente con gli anni, soprattutto tra le donne, però i miglioramenti più forti si vedono tra gli anziani. Nel 2025 quasi il 28% delle donne di almeno 85 anni dichiara di stare male o molto male, una quota dimezzata rispetto al 1995. Tra gli uomini della stessa età il calo è ancora più vistoso: dal 39,5% al 17,2%.

Questo non cancella la fragilità, la sposta dentro un quadro diverso. Oggi si vive più a lungo e spesso si convive con patologie che un tempo avrebbero pesato molto di più sulla sopravvivenza quotidiana. La speranza di vita alla nascita, tra il 1990 e il 2024, è cresciuta di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 anni per le donne, arrivando rispettivamente a 81,5 e 85,6 anni.

C’è poi la questione della multimorbilità, parola poco elegante per dire una cosa molto concreta: avere due o più malattie croniche insieme. Nel 2025 riguarda circa 13 milioni di persone, contro i 10,3 milioni del 1993. La quota degli ultra75enni dentro questo gruppo è salita dal 21,3% al 39%. Il Paese invecchia, quindi certe condizioni diventano più visibili. Però, al netto dell’età, la prevalenza standardizzata della multimorbilità si riduce di 3 punti e tende a concentrarsi sempre più dopo i 75 anni.

Più diagnosi, meno fumo, nuovi rischi

Alcuni numeri spiegano perché la sensazione generale possa essere migliorata anche dentro un quadro sanitario complesso. La mortalità infantile, che nell’Italia post-unitaria era altissima, nel 2023 scende a 2,7 decessi ogni mille nati vivi, uno dei valori più bassi al mondo. La mortalità per malattie infettive, che a fine Ottocento pesava enormemente, dagli anni Novanta rappresenta circa l’1% dei decessi totali, con l’eccezione della risalita durante il Covid-19: 12,4% nel 2020, poi 5% nel 2023.

Intanto cambiano le malattie che accompagnano la vita lunga. Il diabete passa dal 2,9% della popolazione nel 1980 al 6,4% nel 2025. L’ipertensione sale dal 6,4% al 18,9%. Qui entrano in gioco sia l’invecchiamento sia la maggiore capacità diagnostica, con controlli più precoci e soglie aggiornate nel tempo. Però entrano anche gli stili di vita, soprattutto eccesso di peso e sedentarietà.

Sul fumo, invece, il miglioramento è netto tra gli uomini: nel 1980 fumava oltre la metà dei maschi dai 14 anni in su, il 54,3%; nel 2025 la quota scende al 22,9%. Tra le donne il calo è molto più contenuto, dal 16,7% al 15,9%. Nel frattempo si affacciano nuove abitudini: tra i 18 e i 34 anni, nel 2025, il 16,5% usa insieme sigaretta elettronica e tabacco riscaldato.

Il Nord corre di più, il Mezzogiorno resta indietro

La salute percepita migliora, però il miglioramento cammina a velocità diverse. Nel 1995 le differenze territoriali nella cattiva salute dichiarata erano meno marcate; al 2025 il progresso risulta più forte al Nord e più debole nel Mezzogiorno. Lo stesso disegno compare nella mortalità: tra il 1990 e il 2023 i tassi standardizzati diminuiscono del 43% tra gli uomini e di quasi il 40% tra le donne, con riduzioni più robuste nel Centro-Nord e più lente in molte aree meridionali.

Il territorio, quindi, continua a decidere parecchio. Accesso alle cure, qualità dei servizi, prevenzione, istruzione, reddito, abitudini quotidiane: tutto entra nel corpo molto prima di diventare statistica. Anche il titolo di studio pesa, sebbene le differenze nella salute percepita si siano ridotte grazie al forte miglioramento tra le persone con bassa istruzione, inizialmente più svantaggiate.

Resta una lettura meno cupa di quanto ci si aspetterebbe. L’Italia è più anziana, più medicalizzata, più piena di cronicità, però una parte consistente della popolazione si sente meglio rispetto a trent’anni fa. Merito della medicina, della prevenzione, dei vaccini, dell’igiene, dell’alimentazione, del Servizio sanitario nazionale nato nel 1978 e di una familiarità più ampia con il controllo della propria salute.

Poi ci sono le crepe: obesità adulta salita dal 5,9% del 1990 all’11,6% del 2025, bambini con livelli di sovrappeso e obesità ancora troppo alti rispetto ad altri Paesi europei, nuovi prodotti del tabacco tra i giovani, differenze territoriali dure a morire.

La salute percepita migliora, ed è una buona notizia. Ora resta da capire se sapremo proteggerla, prima che vecchie disuguaglianze e nuove abitudini la consumino piano.

Fonte: Istat

Autore articolo: Ilaria Rosella Pagliaro