Svolta storica in Ungheria: il Parlamento smantella la legge anti-LGBTQIA+ voluta da Orbán

Un vero e proprio punto di svolta politico e culturale ha scosso l’Ungheria. Il Parlamento di Budapest ha infatti approvato l’abolizione delle norme anti-LGBTQIA+ contenute nella controversa legge sulla tutela dei minori del 2021, voluta dall’ex premier nazionalista Viktor Orbán. Con un netto risultato di 139 voti favorevoli e 51 contrari, l’assemblea legislativa ha smantellato il provvedimento noto come “legge propaganda“.
Questa disciplina vietava rigorosamente la rappresentazione pubblica dell’omosessualità e delle identità trans nei settori dell’istruzione, della pubblicità e dei mezzi di informazione, portando negli anni a una pesante censura capillare di libri, film e materiali scolastici per tutelare i minori da presunti contenuti dannosi. La cancellazione di questo blocco normativo segna il primo passo tangibile verso la restituzione dei diritti fondamentali alle minoranze sessuali e di genere.
La fine dell’era di Viktor Orbán e il programma di riforme di Péter Magyar
Il cambiamento radicale in corso a Budapest è la conseguenza diretta delle elezioni politiche svoltesi il 12 aprile 2026. Dopo ben 16 anni di potere ininterrotto di Viktor Orbán, la consultazione elettorale ha decretato la vittoria del partito di centrodestra Tisza, guidato da Péter Magyar. Insediatosi alla guida del governo in primavera, l’ex collaboratore di Viktor Orbán passato all’opposizione ha avviato un piano sistematico per smontare le leggi liberticide approvate dal precedente esecutivo.
Tra le norme finite nel mirino figura anche la legge anti-Pride, entrata in vigore il 15 aprile 2025 per reprimere sanzionando le manifestazioni pubbliche. Il governo di Péter Magyar ha già cancellato il divieto di partecipazione ai cortei a tema e annunciato l’intenzione di eliminare il blocco del 2020 che vietava l’adozione alle persone single senza il benestare politico del ministero.
I nodi ancora aperti: riconoscimento di genere, matrimonio e adozioni
Sebbene la decisione parlamentare rappresenti una svolta epocale, la strada verso la piena uguaglianza resta complessa. Il governo guidato da Péter Magyar ha aperto tavoli di confronto strategici con le organizzazioni non governative per affrontare il tema del riconoscimento dell’identità di genere, bloccato dal 2020 a causa dei rigidi paletti biologici inseriti nei registri anagrafici dal partito di Viktor Orbán.
Resta invece immutata la definizione costituzionale del matrimonio, riservato esclusivamente all’unione tra un uomo e una donna, oltre alla “Legge sulla protezione della famiglia” approvata nel 2012. Ciononostante, il segnale lanciato da Budapest evidenzia una chiara volontà di riavvicinamento al diritto europeo e ai valori di inclusione condivisi.
