Ti spiego perché l’Istat non sta sovrastimando il debito o “sottostimando” l’Italia come sostengono Giorgia e Arianna Meloni

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Prima Giorgia Meloni si domanda se l’Istat stia sottostimando “gli italiani o il Governo”. Poi arriva Arianna Meloni e fa un passo in più: secondo lei, “quasi certamente” nel 2027 scopriremo che nel 2025 il deficit italiano era già sceso sotto il 3% del Pil. A questo punto il 3,1% del deficit italiano sembra aver acquisito una sua intenzionalità politica. Peccato che il 22 settembre 2026 l’Istat abbia fatto esattamente quello che le sorelle Meloni gli contestano di dover fare dopo: ha rivisto i conti. Il Pil 2025 è aumentato di quasi 7 miliardi rispetto alla stima di marzo. Il deficit? Sempre 3,1%.

Ed è scritto nella prima pagina del comunicato pubblicato dall’Istat il 22 settembre: “revisione ordinaria dei Conti Economici Nazionali”. Ordinaria. Non “abbiamo scoperto che a marzo avevamo sbagliato tutto”, tantomeno “abbiamo deciso di fare un dispetto al Governo”.

Prima Giorgia: “Non so se l’Istat sottostima gli italiani o il Governo”

Tutto comincia da quel decimale. Il deficit italiano nel 2025 è sceso dal 3,4% al 3,1% del Pil. Giorgia Meloni, ospite di Porta a Porta, ha parlato più precisamente del 3,08% e si è detta rammaricata per non essere riuscita a scendere sotto la soglia del 3%, che avrebbe potuto consentire all’Italia di puntare a un’uscita anticipata dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. Poi la presidente del Consiglio ha aggiunto:

È accaduto ogni anno che dopo un anno sono state riviste in crescita, non so se l’Istat sottostima italiani o il Governo.

Che le stime dell’Istat vengano riviste è vero. Solo che non è esattamente un’anomalia scoperta a Porta a Porta. I conti nazionali vengono pubblicati quando una parte delle informazioni è ancora provvisoria e vengono aggiornati quando arrivano dati più completi.

Nel caso appena pubblicato, l’Istat specifica che la revisione 2024-2025 serve proprio a incorporare “informazioni acquisite successivamente alla diffusione dello scorso marzo 2026”, insieme ad aggiornamenti delle fonti e della metodologia. In sostanza: si fanno i conti con i dati disponibili. Quando ne arrivano di più completi, si rifanno. Sarebbe decisamente più preoccupante il contrario.

Poi arriva Arianna: “Nel 2027 scopriremo che eravamo già sotto il 3%”

Tre giorni dopo entra nella conversazione anche Arianna Meloni. In un’intervista al Corriere della Sera, la responsabile della segreteria politica di Fratelli d’Italia sostiene che “quasi certamente” nel 2027 scopriremo che il deficit del 2025 era già sotto il 3%, perché l’Istat tende a rivedere al rialzo le proprie stime. E aggiunge che l’Istituto si starebbe assumendo “una grandissima responsabilità”.

La previsione ha un piccolo problema: una revisione al rialzo del Pil non comporta automaticamente una revisione al ribasso del rapporto deficit/Pil. Possiamo verificarlo senza aspettare il 2027. È successo questa settimana. Secondo i nuovi Conti economici nazionali dell’Istat, il Pil nominale 2025 è salito a 2.265 miliardi di euro, quasi 7 miliardi in più rispetto alla stima di marzo. Anche la crescita reale è stata rivista dallo 0,5 allo 0,6%. Contemporaneamente sono cambiate altre voci dei conti pubblici. Risultato: il rapporto deficit/Pil è rimasto al 3,1%. Il Pil è salito. Il rapporto è rimasto dov’era. Quel 3,1%, evidentemente, non aveva ricevuto il memo.

E i famosi 53 miliardi?

Arianna Meloni porta anche un precedente. Nel 2025, sostiene, avremmo scoperto che i conti del 2023 erano stati sottostimati di circa 53 miliardi di euro. Il numero ha una storia un po’ più lunga. Nel settembre 2024 l’Istat effettuò una revisione generale dei conti nazionali, il cosiddetto benchmark: un’operazione periodica coordinata a livello europeo che serve a incorporare nuove fonti e metodologie e a ricostruire le serie storiche.

Con quella revisione il Pil nominale del 2023 fu aumentato di oltre 42 miliardi rispetto alla stima precedente. C’è però un dettaglio che rende meno lineare il racconto: mentre aumentava il valore nominale del Pil, la crescita reale del 2023 veniva rivista al ribasso, dallo 0,9 allo 0,7%.

Un anno dopo è arrivata un’altra revisione. Nel settembre 2025 l’Istat ha aggiunto altri 11,2 miliardi al Pil nominale 2023 e ha aggiornato nuovamente la crescita reale sulla base, tra le altre cose, dei dati definitivi sui risultati economici delle imprese e di informazioni più complete sull’occupazione. Anche questa revisione è pubblicata dall’Istat con fonti e metodologia.

È mettendo insieme aggiornamenti successivi che si arriva grosso modo ai 53 miliardi citati da Arianna Meloni. Quello che non si può ricavare automaticamente da quei 53 miliardi è che l’Istat abbia una particolare inclinazione a sottostimare l’economia italiana. Tanto meno che il 3,1% del 2025 sia quindi destinato a scendere. Le revisioni hanno il brutto vizio di seguire i dati nuovi, non le previsioni fatte su quelli vecchi.

Perché quasi 7 miliardi di Pil in più non ci hanno regalato quello 0,1%

Il rapporto deficit/Pil mette a confronto quanto vale l’economia italiana e quanto lo Stato spende in più rispetto a quello che incassa. Se il Pil aumenta e il deficit resta uguale, la percentuale scende. Ma questa volta sono cambiati entrambi: il Pil è aumentato di quasi 7 miliardi, mentre l’Istat ha aggiornato anche entrate e spese dello Stato. Risultato: il rapporto è rimasto al 3,1%.

Non serve quindi scegliere tra le due ipotesi offerte da Giorgia Meloni, tra la sottostima degli italiani o del Governo, perché ne esiste una terza, decisamente meno avvincente: quando cambiano i dati disponibili, l’Istat li aggiorna. E non lo fa nemmeno in splendida solitudine. La contabilità nazionale segue regole europee comuni e le revisioni metodologiche vengono coordinate con Eurostat. Lo stesso comunicato del 22 settembre specifica che alcune innovazioni introdotte nell’ultima revisione derivano dalle indicazioni formulate dall’istituto statistico europeo.

Il 3,1% può ancora cambiare? Certo

Arianna Meloni potrebbe avere ragione su una cosa: il dato del 2025 potrà essere rivisto ancora. Nessuno può garantire oggi che nel 2027 sarà identico. È precisamente il motivo per cui esistono le revisioni. Da qui a dire che scenderà “quasi certamente” sotto il 3%, però, manca qualche passaggio. Le revisioni possono aumentare o diminuire Pil, deficit e altri aggregati a seconda delle informazioni che diventano disponibili.

Per i dati di finanza pubblica esiste inoltre una procedura europea precisa: gli Stati trasmettono periodicamente i dati alla Commissione nell’ambito della procedura sui disavanzi eccessivi e Eurostat ne verifica qualità e conformità alle regole comuni.
Il Consiglio dell’Unione europea ha indicato per l’Italia il 2026 come termine per correggere il disavanzo eccessivo. Scendere stabilmente sotto il 3% già nel 2025 avrebbe potuto anticipare la discussione sull’uscita dalla procedura. Quel decimale, quindi, politicamente pesa.

Ma il fatto che sia politicamente scomodo non gli conferisce automaticamente un problema statistico. L’Istat ha appena preso le stime precedenti, incorporato le informazioni arrivate nel frattempo e trovato quasi 7 miliardi di Pil in più. Il risultato è ancora 3,1%.

Si può discutere di quanto avrebbe fatto comodo al Governo vedere un 2 davanti alla virgola. Si può aspettare la prossima revisione e vedere se arriverà davvero. Si può perfino scommetterci. Per ora, però, correggere una stima quando arrivano dati più completi non dimostra che prima fosse sbagliata: è esattamente il motivo per cui si chiama stima.

Autore articolo: Ilaria Rosella Pagliaro