Tonno in scatola e mercurio: sai quante volte a settimana si può mangiare senza rischi?

È in quasi tutte le dispense italiane, spesso in più di una variante. Il tonno in scatola è economico, proteico e versatile, difficile trovare un alimento altrettanto comodo. Non stupisce quindi che sia diventato una delle fonti di proteine più consumate al mondo, quasi un riflesso automatico nei momenti in cui non si ha voglia o tempo di cucinare.
Eppure dietro quella praticità si nascondono due questioni che meritano attenzione. La prima riguarda la salute: è uno dei pesci con i livelli più alti di mercurio nella carne. La seconda è ambientale: la pesca industriale del tonno è tra le più impattanti sugli ecosistemi marini, e il fatto che una scatoletta costi poco non significa che il suo prezzo reale sia basso.
Questo non vuol dire che bisogna per forza eliminarlo dalla dieta. Le autorità sanitarie europee ritengono che i benefici del consumo di pesce — proteine di qualità, omega-3, micronutrienti — superano in generale i rischi, a patto di fare scelte informate e moderate. Il problema non è il tonno in sé, ma la tendenza a mangiarlo ogni giorno, come se fosse l’unico pesce che esiste.
Conoscere i limiti consigliati, scegliere la specie giusta e alternarlo con pesci più piccoli e sostenibili sono cose molto utili da sapere nell’ottica di un consumo più consapevole.
Il mercurio nel tonno
Il mercurio è presente naturalmente negli oceani, ma le attività umane ne hanno aumentato drammaticamente la concentrazione nell’acqua. Una volta lì, i batteri lo trasformano in metilmercurio, una forma altamente tossica che si accumula nella catena alimentare marina. Più un pesce è grande, vive a lungo e mangia altri pesci, più ne concentra nella carne. Il tonno, predatore per eccellenza, è in cima a questa scala.
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Ricordiamo che l’esposizione prolungata o a dosi elevate di mercurio può danneggiare il sistema nervoso centrale e periferico, con effetti particolarmente gravi sullo sviluppo del feto. Donne in gravidanza, in allattamento e bambini piccoli sono le categorie più vulnerabili.
Considerando tutto questo: quanto tonno si può mangiare a settimana?
Le dosi sicure di tonno
Il tonno fresco proviene in genere da esemplari di grandi dimensioni, con un accumulo di mercurio più elevato. Per questo le raccomandazioni sono più restrittive:
- Adulti sani: non più di una porzione a settimana, pari a circa 150 grammi.
- Bambini, donne in gravidanza o in allattamento: meglio limitarlo ulteriormente o evitarlo del tutto, preferendo specie più piccole e con minor contenuto di mercurio.
Il tonno in scatola contiene in genere livelli più bassi di mercurio, ma non è esente da rischi. Le indicazioni generali per gli adulti sani suggeriscono:
- Adulti sani: fino a 2 volte a settimana, in porzioni standard.
- Bambini, donne in gravidanza o in allattamento: è preferibile ridurre il consumo e variare con altri pesci
Anche la specie fa la differenza. Il tonnetto striato (Katsuwonus pelamis), il più comune nelle conserve, accumula meno mercurio rispetto al tonno bianco o al tonno pinna gialla, che vivono più a lungo e raggiungono dimensioni maggiori. Vale la pena controllare l’etichetta prima di mettere la scatoletta nel carrello.
Il problema ambientale
Parlare solo di mercurio nel caso del tonno rischia di ridurre la questione a un semplice calcolo personale di rischio-beneficio. In realtà, accanto al tema della salute, esiste una questione ambientale altrettanto rilevante che riguarda l’intero sistema di pesca.
I tonni — non solo il tonno rosso, ma anche specie come tonno pinna gialla e tonnetto striato — sono pesci predatori che si collocano ai vertici della catena alimentare marina. Questo li rende particolarmente vulnerabili alla pesca intensiva, soprattutto quando viene praticata su larga scala con metodi industriali come le reti a circuizione, spesso associate anche al fenomeno delle catture accessorie di altre specie (bycatch), inclusi squali, tartarughe e pesci non target.
La pressione sulla risorsa ittica non riguarda quindi solo una singola specie, ma l’intero ecosistema: la rimozione sistematica dei grandi predatori può alterare gli equilibri marini, con effetti a cascata sulla biodiversità.
Organizzazioni ambientaliste come il WWF invitano a ridurre il consumo di grandi pesci predatori e a privilegiare specie di piccola taglia, più veloci nel ciclo vitale e generalmente meno impattanti, come sardine, acciughe e sgombri, oltre a prodotti provenienti da filiere certificate e metodi di pesca selettivi come la lenza o la pesca artigianale.
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Le alternative
Sgombro, sardine, acciughe e alici sono pesci ricchi di omega-3 quanto il tonno, se non di più, con livelli di mercurio nettamente inferiori e un impatto ambientale molto più contenuto. Lo sgombro in particolare è una delle fonti di grassi buoni più sottovalutate sulle nostre tavole, saporito, economico, con una pesca che pesa meno sugli ecosistemi.
Variare è la regola d’oro. Non per paura del tonno, ma perché diversificare la dieta ittica è semplicemente più sensato. Il problema non è il tonno in sé ma l’averlo trasformato nell’unico pesce che molte persone mangiano, magari quasi ogni giorno.
Consumarlo con consapevolezza significa anche chiedersi da dove viene, come è stato pescato e se stiamo davvero contribuendo a un sistema alimentare marino un po’ più sostenibile.
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