Tra le macerie di Gaza proiettava i Mondiali di calcio: ucciso da un raid israeliano l’operatore umanitario Mohammad Al-Waheidi

La violenza bellica nella Striscia di Gaza torna a colpire i simboli della solidarietà e della resistenza culturale quotidiana. Nel corso di un bombardamento aereo eseguito dalle forze militari israeliane nel quartiere di Al-Sabra, a Gaza City, ha perso la vita Mohammad Al-Waheidi, figura di riferimento del panorama umanitario locale e direttore delle relazioni pubbliche del Comitato Egiziano di Soccorso nell’enclave palestinese. L’attacco ha centrato in pieno il taxi su cui viaggiava il funzionario, stroncando una delle voci più attive nel coordinamento degli aiuti alimentari e nell’assistenza psicologica alle famiglie sfollate, proprio a ridosso di un evento che stava unendo la comunità sotto i vessilli dello sport.
Mohammad al-Wahidi, killed by Israel: https://t.co/8iCfg5Jyb3 pic.twitter.com/rLD6alhR5o
— State of Palestine (@Palestine_UN) July 8, 2026
La strage di Al-Sabra e il dramma delle “vittime collaterali”
Il missile guidato ha polverizzato la vettura civile lungo via Al-Maghribi, provocando la morte immediata dell’operatore e di altre tre persone che si trovavano nelle immediate vicinanze del perimetro dell’esplosione. Tra le vittime collaterali si registrano due fratelli di appena otto e dieci anni, Fari al-Deri e Hamza al-Deri, centrati dalle schegge mentre stavano rientrando a casa dopo aver giocato a pallone.
La quarta vittima è il trentenne Ahmed Daghmush, spirato in ospedale a causa delle letali perforazioni polmonari riportate mentre si trovava all’interno dell’abitazione di un parente attigua al luogo dell’impatto. Il comando delle forze di difesa israeliane ha successivamente confermato l’esecuzione del raid guidato, sostenendo che l’obiettivo prefissato fosse un esponente dell’ala militare di Hamas e che l’uccisione dei civili non coinvolti sia attualmente oggetto di una verifica interna.
Maxischermi nel conflitto: l’oasi di pace per i bambini
Mohammad Al-Waheidi non era una persona qualunque, ma era diventato celebre nelle ultime settimane per aver curato l’allestimento di maxischermi pubblici per la trasmissione in diretta delle partite della Coppa del Mondo FIFA nelle aree di Deir al-Balah, Gaza City e al-Mawasi.
Le proiezioni all’aperto, organizzate tra i palazzi sventrati e le macerie dei bombardamenti, erano nate con l’obiettivo di offrire ai bambini e alle famiglie vulnerabili un momento di distrazione e di normalità al posto delle privazioni imposte dal conflitto.
Il silenzio dei vertici sportivi internazionali
Il decesso è avvenuto ad appena un’ora dal fischio d’inizio dell’ottavo di finale tra l’Egitto e l’Argentina, un match attesissimo dalla popolazione locale per via dei profondi legami storici, culturali e affettivi che uniscono la Striscia alla nazione egiziana. Mentre le piattaforme social venivano invase dai messaggi di cordoglio degli attivisti, la comunità palestinese ha sollevato una dura polemica contro l’assoluto silenzio istituzionale mantenuto dalla FIFA e dal suo presidente Gianni Infantino di fronte alla morte di chi, pur tra le devastazioni della guerra, aveva scommesso sui valori aggregativi del calcio. Con la scomparsa del dirigente, il bilancio degli operatori umanitari rimasti uccisi dall’inizio delle ostilità sale a quota 593, mostrando nuovamente la persistente precarietà in cui si trovano a operare le agenzie internazionali sul campo.
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