Un satellite spia USA è misteriosamente esploso a 775 km dalla Terra: i detriti potrebbero innescare la sindrome di Kessler

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Per 38 anni ha girato intorno alla Terra a circa 775 chilometri di quota. Il 13 settembre, però, qualcosa è successo: USA 32, un vecchio satellite spia statunitense utilizzato durante la Guerra Fredda, si è frammentato nell’orbita terrestre bassa, lasciandosi dietro una nube di detriti che ora dovrà essere individuata e seguita.

La U.S. Space Forces–Space ha confermato che l’evento è avvenuto intorno alle 21:13 UTC, le 23:13 in Italia. La buona notizia è che, al momento, non sono state individuate minacce immediate: i frammenti tracciati vengono progressivamente inseriti nei sistemi utilizzati per calcolare eventuali incontri ravvicinati con altri satelliti.

La meno buona è che USA 32 si trovava in una fascia orbitale già piuttosto affollata e abbastanza alta perché l’atmosfera riesca a liberarcene velocemente. Tradotto: alcuni di quei pezzi potrebbero restare lassù per molti anni.

USA 32 spiava i radar sovietici

USA 32, numero 19460 del catalogo NORAD, era stato lanciato il 5 settembre 1988 dalla base di Vandenberg, in California, a bordo di un razzo Titan II.

Dietro il nome piuttosto anonimo si nascondeva FARRAH III, satellite appartenente a un programma segreto statunitense di intelligence elettronica. Come ricostruisce l’INAF, il suo compito era intercettare soprattutto i segnali emessi dai radar dell’Unione Sovietica, localizzarli e studiarne le caratteristiche. Era, insomma, un pezzo della Guerra Fredda rimasto sopra le nostre teste molto più a lungo della Guerra Fredda stessa.

La forma non era esattamente quella che ci aspetteremmo da un sofisticato satellite spia: largo e schiacciato, nelle descrizioni tecniche veniva paragonato a una grande scatola di tonno. Ruotava su sé stesso circa 50 volte al minuto, consentendo alle antenne di captare segnali provenienti da diverse aree della superficie terrestre.

Anche il nome FARRAH non era casuale: era un riferimento all’attrice Farrah Fawcett. Altri satelliti americani per la raccolta di segnali elettronici ricevettero nomi ispirati ad attrici famose. Anche lo spionaggio, evidentemente, aveva le sue convenzioni per scegliere i nomi in codice.

Perché si è frammentato?

Per ora non lo sappiamo: la causa della frammentazione non è stata ancora determinata. Non ci sono elementi che permettano di parlare di un attacco antisatellite, di un impatto o di qualche altro scenario più spettacolare. Ci sono però spiegazioni molto più ordinarie.

Un satellite vecchio può conservare al proprio interno batterie degradate, propellente residuo, gas pressurizzati e altre forme di energia. Dopo decenni di forti escursioni termiche e deterioramento dei materiali, una batteria può andare incontro a un cortocircuito, un serbatoio può cedere oppure un componente può semplicemente rompersi.

Nel caso di USA 32 sono tutte possibilità, così come resta possibile l’impatto con un piccolo oggetto non rilevato. Al momento, però, nessuna di queste ipotesi è stata confermata. Ed è proprio per evitare che un satellite ormai inutilizzato decida di produrre nuovi rifiuti spaziali trent’anni dopo che oggi si parla molto di passivazione.

Cosa significa “passivare” un satellite

Quando una missione finisce, spegnere il satellite non basta. Le attuali linee guida sulla mitigazione dei detriti spaziali prevedono che, quando possibile, vengano eliminate le fonti di energia rimaste a bordo: scaricare e isolare le batterie, depressurizzare i serbatoi, consumare o disperdere il propellente residuo e mettere in sicurezza gli altri sistemi che potrebbero accumulare energia.

Queste operazioni devono essere effettuate quando il satellite è ancora controllabile da Terra. USA 32, però, era stato progettato negli anni Ottanta, quando le pratiche attuali per ridurre i rifiuti spaziali non erano ancora consolidate. Non sappiamo neppure se fosse stato passivato e in quali condizioni fossero rimasti i suoi sistemi.

Perché 775 chilometri sono una quota scomoda

Quando un satellite si rompe, il problema non è soltanto aver perso un satellite. Da un unico oggetto possono nascere decine o centinaia di nuovi oggetti, a seconda della violenza e delle caratteristiche della frammentazione.

Quelli abbastanza grandi possono essere individuati dai sistemi di sorveglianza e le loro orbite possono essere calcolate. Quelli più piccoli sono più difficili da seguire, ma continuano a muoversi a velocità di diversi chilometri al secondo e possono quindi danneggiare seriamente un altro veicolo spaziale.

A circa 775 chilometri l’atmosfera è inoltre estremamente rarefatta. L’attrito che lentamente fa perdere quota ai satelliti e ai detriti è quindi molto debole e l’ESA spiega che, sopra gli 800 chilometri circa, gli oggetti possono generalmente rimanere in orbita per molti decenni. USA 32 si trovava praticamente alle porte di quella fascia. E soprattutto tra 600 e 1.100 chilometri c’è già una grande quantità di vecchi detriti accumulati in decenni di attività spaziale.

E qui entra in gioco la Sindrome di Kessler

La frammentazione di USA 32 non significa che sia iniziata la Sindrome di Kessler. Il problema è più ampio. La Sindrome di Kessler descrive uno scenario nel quale la quantità di oggetti in orbita diventa tale che le collisioni producono nuovi frammenti, che aumentano a loro volta la probabilità di altre collisioni. Un meccanismo capace, nel lungo periodo, di rendere alcune regioni orbitali sempre più difficili da utilizzare. E non è più un problema che riguarda soltanto un futuro molto lontano.

Nel suo Space Environment Report 2026, l’ESA sottolinea che anche smettendo completamente di lanciare nuovi satelliti, il numero dei detriti continuerebbe ad aumentare in alcune simulazioni perché le frammentazioni possono produrne più velocemente di quanto l’atmosfera riesca a rimuoverli.

Nel solo 2025 sono stati messi in orbita più di 4.000 nuovi payload, mentre le grandi costellazioni continuano a crescere. La conseguenza è che evitare nuovi rifiuti non basta più: secondo l’Agenzia spaziale europea servirà anche rimuovere attivamente parte di quelli già presenti.

Quel “conto alla rovescia” di 2,5 giorni non significa che perderemo tutti i satelliti

C’è poi un dato che rende piuttosto bene quanto sia diventato affollato lo Spazio vicino alla Terra, ma che va letto con attenzione. Uno studio pubblicato su Acta Astronautica ha introdotto il CRASH Clock, un indicatore che prova a rispondere a una domanda ipotetica: quanto tempo passerebbe prima di una collisione catastrofica se i satelliti nell’orbita bassa smettessero improvvisamente di effettuare manovre anticollisione?

Nel 2018 la stima era di 164 giorni. Nel 2025 era scesa a 5,5 giorni. Per il 2026 il valore indicato dagli autori è arrivato a circa 2,5 giorni. Questo, però, non significa che la Sindrome di Kessler potrebbe distruggere tutti i satelliti della Terra in due giorni e mezzo. Non è un conto alla rovescia verso il collasso della rete satellitare.

Il CRASH Clock misura quanto il sistema attuale dipenda dal monitoraggio continuo e dalle manovre effettuate dagli operatori per evitare gli incontri pericolosi. In sostanza: abbiamo molti più oggetti che si incrociano e molto meno margine di errore rispetto a pochi anni fa.

E USA 32 mostra anche l’altro lato del problema. Quello che mandiamo nello Spazio non sparisce quando smettiamo di usarlo. Un satellite lanciato quando esisteva ancora l’Unione Sovietica può restare in orbita per quasi quarant’anni e poi, un giorno, diventare una nuova nube di detriti da seguire. Solo che nel frattempo, lassù, abbiamo continuato a riempire il parcheggio.

Autore articolo: Ilaria Rosella Pagliaro